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Non dire no!
Carl (Jim Carrey) è talmente depresso che dice di no a qualsiasi cosa la vita gli ponga davanti: alle proposte degli amici, a nuovi incarichi lavorativi, perfino a chi vuole regalargli qualcosa. Trascorre le sue giornate tristemente buttato sul divano di casa, facendo al massimo due passi per affittare qualche film che possa distrarlo da una routine ormai consolidata.
Finché un corso di autostima non lo renderà uno Yes Man, un uomo che si (auto) costringe a dire di sì a tutto. Lo spauracchio? Al primo 'no” pronunciato succederà qualcosa di terribile. Riparte così la vita di Carl, che dovrà fare i conti, prima o poi, con il fatto che anche dire sempre 'sì” senza pensarci avrà alcune controindicazioni...
Rari gli acuti
Avevamo visto all'opera Peyton Reed già in Ti odio, ti lascio, ti..., strana commedia dal finale amaro, i cui tratti dominanti sono presenti anche in questo nuovo lavoro, sicuramente più spumeggiante e dal lieto fine assicurato: non fosse altro per la presenza di Carrey, che si conferma il solito mattatore, in particolar modo quando smette i panni del depresso che riveste nella prima metà del film.
Al pari del suo lavoro precedente, il film di Reed è sicuramente godibile, ma si configura come un prodotto usagetta.
Ci spieghiamo.
I tratti dominanti della commedia classica all'americana ci sono tutti. La struttura è fresca e al contempo riconoscibile, gli attori rivestono il proprio ruolo in modo leggero e credibile, lo scambio di battute è spesso riuscito e godibile.
Tutto bene dunque. Fin troppo in realtà. Il film scorre via come da copione, mediocremente gradevole, ma senza nessun acuto che lo renda veramente memorabile.
Spiccano alcune scene (divertentissima quella della redbull e del 'jogging fotografico”), alcuni personaggi sono costruiti in maniera spassosa e ficcante (il capo di Carl, Norman, merita di essere segnalato a chiunque volesse approcciarsi alla scrittura di una commedia), ma nel complesso sono annacquate in un insieme che si limita a svolgere il suo compitino spesso forzando la mano con un situazionismo che in realtà ha poco da comunicare.
Un peccato, perché quando l'istrionismo di un mattatore come Carrey viene incanalato e indirizzato da un regista capace, sprigiona il meglio di sè. Viceversa, lasciato a briglie sciolte, si perde tra gag simpatiche che, al di fuori di una struttura di riferimento, smarriscono però enormemente la loro efficacia.
Una commedia dunque simpatica, ma che non rimarrà impressa nella mente per più di un'allegra serata fra amici.
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"Jim Carrey e un portento della natura, e non solo, per la capacita di fare con la sua faccia, come Totò, quello che vuole. Sa far ridere fino alle lacrime, sa far piangere strappandoti un sorriso. Non e bravo solo a fare l'attore comico e l'attore drammatico - non dimentichiamoci che nella sua cinematografia si va da 'Mask' a 'Se mi lasci ti cancello' - ma lo e soprattutto nell'essere entrambi e contemporaneamente, come ha dimostrato nel biennio d'oro 98- 2000 in cui regalò 'The Truman show' e 'Man on the moon'. E il mattatore che viene dalla luna, pur non arrivando a quei livelli, con 'Yes man' del buon mestierante Peyton Reed ritorna in grandissima forma, suscitando risate fragorose. (...) E così dietro a una commedia semplice e immediata, dalla regia ordinaria, si trovano sottotesti acuti: la dissacrazione di finti guru e false filosofie e religioni, le contraddizioni della nostra societa, la bellezza di sentimenti non convenzionali. Se il film riesce, e bene, Jim deve ringraziare anche la sua giovane partner, Zooey Deschanel (presto in sala anche con 'Gigantic'), principessa azzurra bizzarra e affascinante, buffa e sempre più brava. Andatelo a vedere, vi fara bene. E ovviamente non si accettano rifiuti come risposte." (Boris, Sollazzo, 'Liberazione', 9 gennaio 2009) "Forse e presto per dirlo, ma in alcuni insospettabili film anglo-americani sembra permeare un atteggiamento diverso verso il mondo, la vita e il prossimo che non sia quello dettato da immaginari apocalittici e catastrofisti, così adereiti al clima cupo di crisi economicle, ecologiche e umanitarie. (...) Colpisce trovare in una innocua commedia un po' meccanica con Jim Carrey tutta una serie di indicazioni che complottano per una lettura aderente: sociologica, piuttosto che sentimentale, ideologica piuttosto che romantica. Come ci insegnano i vari Krakauer e Balazs (scomodarli e troppo?), il cinema americano ha sempre usato i generi più popolari e leggeri per dire cose prima di altri, anche incosciamente. ìYes Manì non e l'unico titolo a proporre un nuovo atteggiamento esistenziale. Anche se molto più complesso, e bello, c'e l'ultimo di Mike Leigh, 'La felicita porta fortuna'. Anche se molto più melodrammatico, e brutto, c'e l'ultimo di Muccino, 'Sette anime'." (Dario Zonta, 'L'Unita', 9 gennaio 2009)
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