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"Wolf è un film per metà serio e per metà comico. È serio fin che denuncia avidità e cinismo della società americana, che vive all'insegna dell'homo homini lupus, e qui il lupo c'entra, e come! È comico, scade di tono e cambia di segno, quando segue l'uomo lupo e la sua vendetta. (...) Il luciferino Jack Nicholson è nella parte giusta, almeno fino a che il suo personaggio è metafora sociale; perde notevolmente di mordente di pari passo con l'afflosciarsi della tensione. Più di maniera il suo rivale James Spader. La candidata alla peluria ruvida e agli occhi giallognoli della licantropa è Michelle Pfeiffer. Peccato. Era bella." (Franco Colombo, 'L'Eco di Bergamo', 16 Settembre 1994) "La lotta aziendale è raccontata benissimo, con un realismo preciso che fa stare male suscitando emozioni socio-culturali e professionali, con un pathos ironico che evoca tutti gli infiniti passaggi di proprietà, assurdità e crudeli pastrocchi di questi anni nelle case editrici e nei media occidentali. Jack Nicholson è un interprete sublime: gli bastano un sopracciglio, un'occhiata, un sorrisetto tirato, la postura irrigidita e insieme caduca del corpo, per esprimere i sentimenti d'incredulità ferita, d'accettazione sarcastica di come va il mondo, di disperazione elegante, tipici degli intellettuali migliori posti di fronte alla concretezza brutale della perdita di status, di lavoro, di senso. Come lupo, invece, Nicholson non è granché: dita villose e unghiute, balzi ferini, occhi giallo-oro, vaste basette pelose, denti lunghi e aguzzi (neppure fatti tanto bene) sono ingombranti per un interprete di tale qualità. Infatti il suo mostro non ispira alcuna pietosa compassione, non commuove per niente, non conferma affatto il titolo più divertente della stagione, apparso sul 'Corriere della Sera': 'E tra i peli emergono i dolori dell'anima'. È più toccante Michelle Pfeiffer che alla fine, con training autogeno, diventa lupa pure lei per dare prova d'amore: se tu sei irrimediabilmente diverso, io che ti amo voglio essere diversa come te." (Lietta Tornabuoni, 'L'Espresso', 16 Settembre 1994) "Tutti hanno contribuito ad evitare che il racconto assumesse toni eccessivi e truci, e hanno privilegiato, invece, il senso ineluttabile della trasformazione fisica che scaturisce anche da un imbruttimento dell'animo. Due eccellenti collaboratori italiani rendono all'impresa servigi inestimabili. Sono Giuseppe Rotunno, maestro della fotografia, che interpreta efficacemente i vari risvolti della fiaba nera; ed Ennio Morricone, autore di una sorprendente e avvincente colonna sonora (in linea, del resto, con la sua fama)." (Antonella Ely, 'Il Giornale di Sicilia', 16 Settembre 1994)
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