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Randy "The Ram"
Negli anni '80, in America, Randy "The Ram" Robinson è un wrestler professionista all'apice della sua carriera, grazie all'incontro vinto contro il rivale The Ayatollah il 6 Aprile 1989 al Madison Square Garden. Vent'anni dopo tira avanti, essendo appesantito e decaduto, e si esibisce occasionalmente nelle palestre dei licei per la gioia dei fan del duro wrestling. Ma, colto da un infarto dopo un combattimento, Randy sarà a un bivio esistenziale in cui dovrà scegliere se cambiare vita o farsi richiamare dal successo...
Sul ring della vita
Randy, stremato dopo aver terminato un combattimento, è seduto di spalle in un'aula che sembra essere quella di una scuola. Viene raggiunto dal suo manager, che gli offre la possibilità di esibirsi in un altro match. Randy alza la testa a fatica, intento a curarsi le ferite su un corpo ormai devastato dalle tante botte ricevute, ma accetta quello che sembra essere il suo unico destino, ovvero stare in piedi sul ring a dare spettacolo davanti a una folla inneggiante il suo nome, in uno sport finto/reale che assomiglia a un gioco al massacro, portato alle estreme conseguenze. Perché il Wrestling è chiaramente falso ma i lividi e i danni che gli atleti riportano sono reali, e perché la sola realtà che Randy ama è quella del ring, al di fuori della quale la sua vita non funziona.
Randy "The Ram" Robinson, l'ex leggenda del wrestling, ha infatti perso tutto: non ha una casa e vive in una roulotte solo quando ha i soldi per pagare l'affitto; non ha un lavoro e racimola occasionalmente denaro in un centro carni; soprattutto non ha una famiglia e gestisce dei rapporti disastrati con la figlia, in rotta di collisione con lui a causa delle sue stravaganze, e con una spogliarellista, che è incerta se fidarsi o meno del wrestler, considerato da lei alla stessa stregua degli altri clienti.
Dietro questo sfondo e questi personaggi c'è Darren Aronofsky, uno dei registi forse più geniali dell'ultima generazione statunitense, sempre in bilico tra sperimentazione (di cui sono un esempio i suoi primi due film Pi greco - Il teorema del delirio e Requiem for a dream) e cinema più convenzionale. Dopo l'incerta prova del fantasy metafisico L'albero della vita, presentato nel 2006 a Venezia, qui torna con un film dalla struttura audiovisiva dirompente e dalla forte carica adrenalinica ma denso anche di momenti di puro afflato lirico e drammatico, ottenendo questa volta il Leone d'Oro alla Mostra del Cinema.
Aronofsky, amante dei loser e delle storie border line, in The Wrestler sembra andare in cerca di una cifra stilistica nuova, lontana dai formalismi e barocchismi precedenti, attraverso l'uso di una macchina da presa mobile, quasi sempre a mano, che si incolla letteralmente al personaggio e lo segue in tutti i suoi spostamenti con un empatico carrello da dietro, che ricorda molto quelli usati da Gus Van Sant per Elephant. Solo che qui i personaggi, anzi "il personaggio" è nudo e crudo: non ci sono filtri e la registrazione profilmica, vicina a quella di un documentario, coincide con il "realismo" degli ambienti e delle situazioni. Ma non è certo la denuncia sociale o la rappresentazione della realtà ciò che interessa al regista americano, quanto invece la ricerca del fondo di sé e della verità del personaggio nel fondo stesso della verità dell'immagine, entrando da fuori o lateralmente dentro la storia.
Il tutto infarcito da dialoghi di un tono iperrealistico da far invidia a Tarantino - il quale di certo avrebbe voluto scrivere di proprio pugno le battute sul "cambiamento omosessuale" del rock dovuto a Kurt Cobain e quelle riguardanti il film The Passion di Mel Gibson - e sorretto da una colonna sonora hardrock, "dura pietra" disturbante, sempre tesa a volume alto, che si fa fatica a volte a sentire e a digerire come un concerto dei Guns n' Roses in un asilo nido.
E che dire poi di Mickey Rourke, che per entrare in questo ruolo ha fatto sicuramente ricorso al proprio passato, a quella sua vita privata e artistica maciullata come la carne di "The Ram", rompendosi davvero più volte le ossa durante i combattimenti e la lavorazione del film. Il suo ritorno, atteso da tutti, assomiglia un po' a una redenzione in cui dopo essere scesi all'inferno si risale in cerca di un'altra possibilità, perché c'è qualcosa dentro che non si può sradicare, che scuote, che si ha nel sangue e sta dietro la propria identità. Un Rourke, fra l'altro, che non dà prova per la prima volta delle sue abilità sportive in un set (pensiamo al pugile interpretato molti anni fa nel tiepido Homeboy di Micheal Seresin), ma che qui è veramente ai livelli di De Niro in Toro scatenato di Martin Scorsese; e non solo per il lavoro fatto sul suo corpo - aumentando di molto la massa muscolare per assumere le fattezze di "The Ram" e finendo tre volte ricoverato in ospedale - ma soprattutto per l'intensità della sua interpretazione, in cui non c'è nessun "furbesco" tentativo da actor studio di immedesimazione o di distacco dal personaggio, ma solo la volontà precisa e ferma di non risparmiare nulla di sé per consegnare un'immagine autentica allo spettatore. Non ce ne voglia Sean Penn, che stimiamo e ammiriamo in ogni suo lavoro, ma forse è il caso di dire che l'Oscar è stato assegnato un po' troppo frettolosamente.
La sua magnifica interpretazione fa da eco a quelle delle attrici da cui è affiancato: una Marisa Tomei difficile da dimenticare, qui nella sua prova attoriale più matura, nei panni di una spogliarellista non più giovanissima che intreccia con Randy prima un rapporto di amicizia e poi una relazione sentimentale. In fondo, il suo personaggio è strettamente legato a quello di Rourke poiché entrambi utilizzano degli pseudonimi che attirano le fantasie degli spettatori ed entrambi usano un corpo che con l'andare degli anni reca i segni del tempo e non è più della stessa forza e bellezza. Ma anche Evan Rachel Wood, non più attrice emergente, offre un'ottima prova interpretando la figlia incostante di Randy, molto trascurata dal padre che vorrebbe riallacciare un rapporto con lei, se non fosse per il suo bighellonare in giro che testimonia per l'ennesima volta la tragedia di un uomo che protesta di non poter essere diverso da quello che è.
Insomma, se The Wrestler non è un capolavoro poco ci manca e siamo tutti là in alto, sulle corde del ring insieme a "The Ram", in quello che forse è il suo ultimo salto, la sua ultima Ram Jam, che non ammette alcuna mediazione né ripensamenti dettati da problemi fisici seppur gravi. Ci si perde nel proprio dolore e nella propria gioia perché non si può fare altro, allontanandosi dall'amore e concedendosi interamente al pubblico in un folle tuffo finale, fino a scomparire nel nero, nel suono intimo e lacerante della ballata malinconica di Springsteen scritta appositamente per il film.
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"Il regista Darren Aronofsky col suo 'The Wrestler' inietta finalmente adrenalina pura nel pubblico della Mostra che va in visibilio e porta in trionfo un attore che le prende e le da, da sempre, nella vita e nel cinema come il suo Randy Robinson. Mickey Rourke si mostra gigante, uno Zampanò coraggioso, umiliato e offeso mascherato da re del wrestling che prende a calci e pugni se stesso e il destino. Rourke tra perdizione e resurrezione ha il coraggio di mettere in gioco tutto; pochi ex divi hollywoodiani l'hanno fatto, perche Randy e Mickey, quando al culmine della carriera agli inizi '90 tra 'Rusty il selvaggio', 'Nove settimane e ½' e 'Angel Hearth' inizia a perdersi e a perdere tutto. Soldi, notorieta e faccia. Quella che decidera di giocarsi sul ring, pugile professionista a 39 anni conosciuto come El Marielito. Per tre anni, solo combattimenti. Oggi Rourke con questa prova d'attore straordinaria ha tutte le carte in regola per regalare altre sculture cinematografiche e, ci auguriamo, per aggiudicarsi un riconoscimento a Venezia". (Leonardo Jattarelli, 'Il Messaggero', 6 settembre 2008) "Tutto procede come da copione, con punte di una convenzionalita esasperata - eppure gradevole - quando il bestione, con i lunghi capelli ossigenati racchiusi in una cuffietta e le manone tuffate tra insalate e formaggi, si mette a fare per sopravvivere il commesso al bancone della rosticceria. Nessuno crede che resistera al richiamo della folla adorante e, infatti, 'The Wrestler' non si fa mancare nulla e punta dritto alla scelta funesta di Randy d'inscenare la pamtomima della rivincita con il collega panzone travestito da arabo e soprannominato l'Ayatollah. Musica tonitruante, inquadrature ad altezza di botta in testa, dialoghi strappalacrime, un po' di sesso alla cocaina, odori di spogliatoio tra olio e disinfettante: nel corso di una visione prevedibile, s'affermano il piacere proibito di una risata e il doveroso slancio d'ammirazione per il vecchio, simpaticissimo Mickey". (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 6 settembre 2008) "A spegnere la luce del concorso, se non ancora della Mostra, e arrivato Darren Aronofsky con 'The Wrestler'. Con più logica la luce avrebbe dovuto accenderla, perche il film fa dimenticare le velleita di 'The Fountain', col quale Aronofsky era giunto al Lido due anni fa. Merito suo e di Mickey Rourke aver dato alla Mostra uno spasmo terminale che la rende meno brutta. Come Lottatore di mezz'eta Rourke offre una delle migliori prove di una carriera altalenante. Circa vent'anni fa s'era dato al pugilato, salendo otto volte sul ring e scendendone imbattuto come atleta, ma sfigurato e soprattutto dimenticato come divo. Il suo film 'Homeboy' ne era stato una prefigurazione. Diceva Drieu: 'I falliti, che uomini meravigliosi!'. Più meravigliosi gli ex falliti, che possono vantarsi: 'Solo chi cade può risorgere'. È con quest'aura che Rourke ('L'anno del dragone', '9 settimane e ½', 'Angel Heart...') e stato accolto". (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 6 settembre 2008) "E' la classica storia dell'ex campione che tira avanti in match di contorno meditando il grande ritorno; nel frattempo si lecca le ferite, tenta di riconciliarsi con la figlia, intrattiene un'altalenante relazione con una spogliarellista (Marisa Tomei, bravissima) anch'essa piena, nel cuore, di cicatrici. Un film 'gia visto' (Aronofsky cita con deferenza 'Fat City' di Huston, ma i precedenti sarebbero millanta) basato sull'identificazione personaggio/attore". (Alberto Crespi, 'L'Unita', 6 settembre 2008) "Aronofsky passa dal dramma cabalistico 'P greco', che lo lanciò nel 1998 al Sundance, allo psichedelico new age di 'The Fountain' e adesso ci lascia come ricordo del Lido 2008 quest'amaro tributo d'amore ai 'loosers'". (Mariuccia Ciotta, 'Il manifesto', 6 settembre 2008) "Una certa nostalgia per i tempi trionfanti del 'wrestler' la si avverte nel buon film di Darren Aronosfky interpretato da Marisa Tomei e dal redivivo Mickey Rourke". (Francesco Bolzoni, 'Avvenire', 6 settembre 2008) "Con una grande e lunga chioma fintobionda, con le alterazioni della faccia procuratosi nei tre anni un cui ha fatto il pugile professionista, con il soprannome di Marielito, Rourke nella parte del relitto umano e bravo e commovente. L'ultimo film della 65° Mostra, nulla di speciale, e interessante nella sua minuziosa descrizione dell'ambiente del wrestling: i trucchi, gli accordi tra lottatori avversari, l'uso della pistola sparachiodi, il modo per cominciare falsamente a sanguinare ed eccitare il pubblico, i costumi che danno splendore e mettono paura". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 6 settembre 2008) "Aronofsky prende un tema classico del cinema americano (la triste deriva degli sconfitti, qui un lottatore di wrestling sulla cinquantina) per declinarlo con abilita e un giusto mix di emozioni. E nei panni del protagonista condannato a tornare sul ring dalla propria incapacita di adattarsi alla vita quotidiana, Mickey Rourke offre una prova da grande attore, convincente e commovente". (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 6 settembre 2008) "Partenza originale nel mondo rozzo, leale e affettuoso dei lottatori di wrestling. Ma si scivola nella convenzione quando il vecchio campione, buffonesco e acciaccato come Buffalo Bill al tramonto, dopo un infarto tenta la redenzione sentimentale di una vita di bagordi. Bel finale. La prova di Rourke dice: premiatemi". (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 6 settembre 2008) "Un eroe alla Soriano, un'icona di sport e sentimento che si fa metafora di una societa, egoista e crudele con chi e troppo sensibile o e debole. E' la cronaca di una vita straordinariamente precaria, di una star decaduta e decadente, fuori e dentro il film, di un mondo che non ha più eroi. Ed e, infine, un bellissimo e disincantato sguardo sugli ani 80 e dintorni, sottolineato da una delle più belle colonne sonore degli ultimi anni, con tanto di singolo inedito (e scritto per il film) di Bruce Springsteen". (Boris Sollazzo, 'Il Sole 24 ore', 6 settembre 2008)
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