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"'Volevo solo dormirle addosso' ha il passo, la grana, il linguaggio, le ambizioni, di un discreto telefilm, niente più. Uno di quei lavori con un tema preciso, personaggi riconoscibili, battute e tormentoni incisivi, che in un paese normale sarebbero il vanto di qualsiasi tv, mentre qui sorreggono le ambizioni di un promettente quasi-debuttante, Eugenio Cappuccio (quasi perche gia coautore di un piccolo caso a 6 mani, 'Il caricatore'). E bastano addirittura ad aprire la Mezzanotte veneziana. Magari si poteva prendere più sul serio la vicenda del giovane formatore in carriera costretto a farsi tagliatore di teste per non veder rotolare la sua; approfondire protagonista e comprimari; descrivere un'azienda meno astratta e generica di quegli uffici sempre bluastri. Forse i licenziandi che girano intorno alla scrivania di un misuratissimo Giorgio Pasotti, gente di ogni tipo, malate terminali, furbacchioni napoletani, imboscati generici, onesti lavoratori, offrivano altre dimensioni. E anche il privato poteva rendere meno lunare questo piccolo eroe dei nostri tempi. Così restano la qualita dello script, alcune battute, il gustoso cammeo di Carlo Freccero nei panni del boss trombato. Ma ci vuol altro per girare i drammi in commedia, come sapevamo fare una volta." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 2 settembre 2004) "Pregi. Il contrasto di ambientazione fra l'asettico universo aziendale e l'appartamento senza vita in cui il protagonista trascina le poche ore extralavoro. E soprattutto Giorgio Pasotti che dopo la coralita delle partecipazioni mucciniane e di 'Distretto di polizia', e dopo il folletto cinefilo di 'Dopo mezzanotte', si cimenta per la prima volta in primo piano con un personaggio aspro. Difetti. Non c'e la stessa verita di 'Mi piace lavorare', il film sul mobbing di Francesca Comencini, ne la stessa carica passionale di 'Risorse umane' del francese Laurent Cantet della scuola di Loach. Prova più che onorevole del semi-debuttante Cappuccio." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 2 settembre 2004) "Eugenio Cappuccio ('Il caricatore', 'La vita e una sola', 'Come mosche') in 'Volevo solo dormirle addosso', scolpisce il prototipo del rampante del Duemila, che non e il fighetto anni '90 ma il precoce, dilaniato manager vittima-carnefice di un mondo delirante. Quello che fotocopia i termini precarieta, individualismo, solitudine, sopravvivenza per sbatterteli ogni giorno sul tavolo dell'ufficio. Da un attento e spiazzante libro di Massimo Lolli, un film asciutto, essenziale come il gergo robotico manageriale. Uno spaccato sul mondo del lavoro che colpisce nel segno, grazie soprattutto all'interpretazione di un bravissimo Giorgio Pasotti, disarmato e ammiccante, tenero e spietato." (Leonardo Jattarelli, 'Il Messaggero', 22 ottobre 2004) "La regia di Cappuccio e sempre molto attenta, e anche fine, quando si tratta di seguire da vicino, con scenografie quasi gelide e con immagini dalle tonalita livide, l'impresa dura dell'impiegato pronto a comportarsi da killer. Non convince in modo eguale, invece, quando ne tratteggia certe vicende private, svolte con poco ordine e con un linguaggio spesso discutibile. Le riscatta però l'interpretazione del protagonista, Giorgio Pasotti, una mimica mobilissima pur nella legnosita del carattere." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 15 ottobre 2004) "Mobbing, riduzioni di personale, tagliatori di teste. Il lato oscuro del lavoro e rappresentato spessissimo nel cinema contemporaneo, da Loach a Cantet a Francesca Comencini. In 'Volevo solo dormirle addosso' di Eugenio Cappuccio, il manager senza scrupoli e un bravo e misuratissimo Giorgio Pasotti. Ma se il centro del film e la produttivita, non si può non rimpiangere 'Americani' di James Foley con Jack Lemmon." (Roberta Bottari, 'Il Messaggero', 15 ottobre 2004) "Poiche la sceneggiatura e di Lolli; poiche Lolli pare stimarsi molto; poiche Cappuccio e neutrale verso il personaggio e il clima che lo genera; poiche Pasotti e simpatico e bravo, questo licenziatore di chiunque, perfino di una moribonda, pare un eroe. Ognuno del resto i suoi eroi se li sceglie. Quanto ai personaggi femminili, s'incaricano di rendere comprensibile il titolo del film." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 15 ottobre 2004) "C'e una sorta di riscatto morale che, pur soddisfacendo la convenzione di un cinema che non vorrebbe accontentarsi di una collocazione di nicchia, non rinuncia ai doppi fondi di amarezza e inquietudine. Resta la curiosita di sapere, parliamo di Lolli, come possa riuscire una persona per forza di cose profondamente integrata, coinvolta e corresponsabile di ideologie e strategie aziendali a uscire da se per conciliare la prima parte di se con un altro se che racconta le stesse dinamiche con sguardo distaccato, critico." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 15 ottobre 2004)
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