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Una storia di donne
Tre donne che non si conoscono e che non si sono mai incontrate. Hanno vissuto nell'Italia degli anni Sessanta e Settanta, in periodi diversi e in città lontane. Ma le loro storie vere, riportate in diari privati, hanno un'uguale tensione e si muovono, inconsapevolmente, verso un'unica direzione, come testimonianza di lotte familiari e politiche, personali e collettive, per affermare autonomia, identità e diritti in un Paese patriarcale: Anita è un'adolescente timida e riflessiva che vorrebbe scoprire l'amore e il sesso, ma è inibita dall'educazione borghese e moralista che le hanno impartito; Teresa farà esperienza di un aborto clandestino, consumato in una stanza anonima, su un letto gelido, fra le mani di un ginecologo sconosciuto; Valentina vive i suoi trent'anni intensamente, mettendo sempre in relazione la sfera personale con la sfera politica, cercando di trovare un equilibrio possibile tra la militanza femminista e una piena e condivisa storia d'amore con un uomo.
Dall'individuale al collettivo
Vogliamo anche le rose è il terzo documentario di Alina Marazzi dedicato a storie e identità femminili. Con Un'ora sola ti vorrei (2002) l'autrice ricostruisce la figura di una donna, sua madre, che perse quando era bambina. Per sempre, dello stesso anno, indaga le ragioni che spingono alcune donne a fare una scelta di vita definitiva all'interno di comunità monastiche. In quest'ultimo film lo sguardo della Marazzi si veste di un senso di compartecipazione alle vicende collettive delle donne e alle loro battaglie. Il film immagina gli eventi narrati nei diari ricorrendo a materiali di repertorio dell'epoca, accostandoli, forzandoli ed esaltandoli in una libera interpretazione che vuole superare la ricostruzione storica per cogliere il più possibile tutta la verità emotiva ed esistenziale di cui la storia è fatta. Fotografie, fotoromanzi, filmini di famiglia, inchieste e dibattiti televisivi, film indipendenti e sperimentali, riprese militari e private, pubblicità, musiche e animazioni d'epoca e originali, oltre ai tre diari privati, sono la stratificazione visiva e sonora su cui riscrivere una storia del passato recente alla luce di un futuro incerto. Il racconto è costruito su una continua dialettica tra la sfera pubblica e quella privata. Il momento pubblico tende a rappresentare l'evoluzione dei modelli culturali, sociali e politici dominanti, trasformati dalle lotte femministe e civili in materia di aborto, divorzio, contraccezione e violenza sessuale. A definirlo sono i repertori d'archivio pubblici e privati. Il momento privato è garantito da racconti in prima persona, desunti dai diari inediti di tre donne provenienti da ambienti e culture diverse: le loro storie, intime e personali, sono rappresentative delle esperienze, delle sofferenze, delle lotte e dei cambiamenti che i singoli hanno tentato, supportati dall'umore sociale del tempo, e si modellano come esemplari del cambiamento in atto. Il 'pubblico” e il 'privato”, quindi, dialogano senza soluzione di continuità, fungendo il primo da cornice storico-sociale, il secondo da ingrandimento di un particolare accolto nell'universale.
Vogliamo il pane, ma anche le rose
Coprodotto da Fox Channels Italy (il film sarà infatti in onda su Sky già dal prossimo autunno), Vogliamo anche le rose è, in conclusione, una storia davvero emozionante, che racconta in modo innovativo il fondamentale ruolo ricoperto dalle donne nel cambiamento della società e della cultura italiane. Di quanto esigeva il celebre slogan "vogliamo il pane, ma anche le rose" - con cui nel 1912 le operaie tessili marcarono con originalità la loro partecipazione a uno sciopero nel Massachusetts - forse il necessario, il pane, è oggi dato per acquisito.; ma le donne si sono battute per un mondo che desse spazio anche alla poesia delle rose. Ed è una battaglia più che mai attuale.
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Dalle note di regia: "Il film immagina gli eventi narrati nei diari ricorrendo a materiali di repertorio dell'epoca, accostandoli, forzandoli ed esaltandoli in una libera interpretazione che vuole andare al di là della ricostruzione storica per cogliere il più possibile tutta la verità emotiva e esistenziale di cui la storia è fatta. (...) Di quanto esigeva il celebre slogan "Vogliamo il pane, ma anche le rose", con cui nel 1912 le operaie tessili marcarono con originalità la loro partecipazione a uno sciopero di settimane nel Massachusetts, forse il necessario, il pane, è oggi dato per acquisito. Ma le donne si sono battute per un mondo che desse spazio anche alla poesia delle rose. Ed è una battaglia più che mai attuale." "Già autrice dello struggente 'Un'ora sola ti vorrei', dedicato alla madre Liseli morta suicida, la regista ha però commesso l'errore di costruire il film in quella stessa chiave intimista, montando in maniera anche suggestiva svariati materiali di repertorio sul filo narrativo di tre diari d'epoca, reperiti all'Archivio della gente comune di Pieve di Santo Stefano. Una scelta che, in assenza di un'adeguata contestualizzazione sociale e politica, rischia di rendere inconsistente e a volte persino insulso il discorso su un movimento sempre in parallelo con le grandi trasformazioni della storia." (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 7 marzo 2008) "Il film è un labirinto affascinante e misterioso: si vorrebbe che Alina Marazzi fosse accanto a noi per spiegarci le associazioni visive e mentali che l'hanno guidata, e che spesso rimangono 'dentro' il film. Attendiamo con ansia un dvd col commento della regista: mai come in questo caso sarebbe fondamentale." (Alberto Crespi, 'L'Unità, 7 marzo 2008) "L'ambizione - riuscitissima - è quella di ricostruire non tanto un percorso cronologico attraverso l'Italia dei Sessanta e dei Settanta ma piuttosto di restituire un'atmosfera, una identità collettiva, un'immagine condivisibile senza essere di parte. E' chiaro che la Marazzi affida al femminismo e alla coscienza femminile il compito di unificare tutto quel materiale, ma lo fa con una ricchezza di punto di vista e di angolazioni che evitano qualsiasi settarismo o ideologismo. E ci riesce anche, se non soprattutto, per forza di stile, lavorando sul montaggio, frantumando le sequenze per conservare solo le immagini davvero significative, capaci di 'parlare' senza bisogno di parole. Che si tratti del volto silenzioso di una donna o dei cori rumorosi delle manifestazioni, dell'immagine stereotipata di una copertina o di una sequenza strappata dal contesto." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 7 marzo 2008) "Il valore di testimonianza sociale e di costume viene esaltato da una fortissima impronta di stile e da una decisa quanto originale scelta di linguaggio. Da un documentarismo tutto affidato alla manipolazione e alla elaborazione delle più varie fonti di repertorio, senza escludere le più fatue o (apparentemente) effimere come pubblicità, fotoromanzi o filmini familiari. Con sensibilità e intelligenza da ammirare." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 7 marzo 2008) "Al cinema quanti sbadigli si possono fare in un'ora e un quarto? Dipende dal sonno arretrato, dalla distanza dall'ultimo pasto e, naturalmente, dal film. Con 'Vogliamo anche le rose', della giovane, ma non giovanissima, regista milanese Alina Marazzi, si rischia la lussazione delle mascelle. Tolto il cappello davanti alla pazienza dell'autrice, probabilmente cresciuta a Capanna e Antonioni, per la sua ammirevole ricognizione negli archivi, bisogna ribadire che questi settantacinque minuti sembrano un'eternità." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 7 marzo 2008)
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