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"L'11 settembre visto con gli occhi di chi c'era: i passeggeri del volo United 93 che invece di schiantarsi sulla Casa Bianca precipitò in Pennsylvania grazie alla resistenza di chi era a bordo. Con un soggetto simile la retorica dell'eroismo e i ricatti dei film-catastrofe erano dietro la porta. L'inglese Paul Greengrass (quello di 'Bloody Sunday') li evita ancorandoci saldamente al punto di vista dei personaggi. Niente effetti facili, dunque, l'azione è limitata a pochi spazi definiti, l'aereo e diversi centri di controllo (Boston, New York, Virginia). E sapremo il minimo indispensabile dei personaggi, così come nessuno a bordo conosceva i suoi compagni di volo o poteva intuire cosa stava accadendo. (...) E' questa dimensione tutta in soggettiva, oltre all'eccellente ricostruzione (molti attori sono vero personale di volo), a dare al film una forza e una dignità straordinarie. Greengrass non chiarisce l'impossibile, non lancia accuse: lascia parlare i fatti. All'atrocità si aggiunge lo sbalorditivo vuoto di potere in cui tutto si consumò. Era difficile dirlo con più sobrietà ed efficacia. Da oggi capire l'11 settembre attraverso le immagini è più facile." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 27 maggio 2006) "In un certo senso, la ricostruzione è inappuntabile. Già rodato nel docu-drama ("Bloody Sunday", Orso d'oro a Berlino), Greengrass adotta le modalità visive del documentario; si carica la cinepresa in spalla facendola ansimare al ritmo della paura e della rabbia dei "personaggi", sequestratori e sequestrati; stringe sugli attori, sconosciuti e bravi, più veri del vero (alcuni sono assistenti di volo e personale aeroportuale nella realtà). Fino alla sconvolgente scena conclusiva, come vista in soggettiva negli ultimi istanti di vita degli sventurati, prima che l'aereo si schianti su un prato della Pennsylvania. Il nervosismo della regia è motivato; anche se, allo spettatore, dà un po' il mal d'aria estendendosi fino alle sequenze a terra. Però resta un problema di fondo in United 93, film non sospetto di cinismo né di sfruttamento degli eventi eppure - inesorabilmente - ambiguo. Lo ammette, in via implicita, il regista stesso quando, per spiegare la dolente fascinazione dell'episodio, dice che "noi non sappiamo esattamente cosa sia successo". Ebbene, ciò pone delle questioni gravi, che coinvolgono - al di là dell'estetica - il ruolo e la stessa deontologia del cinema. Fino a che punto è lecito spingere la verosimiglianza? È legittimo immaginare (letteralmente: trascrivere in immagini) ciò che non ci è dato conoscere?" (Roberto Nepoti, "la Repubblica", 14 luglio 2006) "Il magistrale montaggio alternato del prologo anticipa il rigore documentario, l'efficacia emotiva e la sobrietà espositiva profusi dal regista britannico Paul Greengrass ('Bloody Sunday') in 'United 93', il primo film che affronta dall'interno la tragedia dei massacri terroristici dell'11 settembre 2001. È bene dire subito che non si tratta di un prodotto retorico o sensazionalistico e che, anzi, nel corso della prima ora e mezza l'insistenza sui dettagli tecnico-operativi, spesso ottenuta con l'uso della macchina a mano, comunica sensazioni perfettamente in linea con il frastornato sconcerto che tramortì gli addetti, immergendo lo spettatore in un'atmosfera di paura e di caos agli antipodi delle consuete leggi del thriller. (...) Naturalmente c'è anche spazio per un'indiretta riflessione sulla spaventosa congestione dello spazio aereo, sul pessimo funzionamento (nell'era telematica sembra una beffa) della comunicazione e dell'aggiornamento delle notizie e sulla prolungata, incredibile assenza di precise direttive da parte dei vertici supremi del paese. Greengrass, tuttavia, non appartiene al novero degli strenui complottisti o dei cinici acrobati del se e del ma, come ribadiscono gli ultimi, indimenticabili 20 minuti del film che bisognerebbe far vedere e rivedere a tutti gli spettatori non ancora plagiati dal virus tutto occidentale dell'autolesionismo. (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 27 settembre 2006) "In apparenza 'United 93', anatomia di uno storico dirottamento, è l'omologo cinematografico di quella scrittura notarile alla quale Stendhal dichiarava di aspirare in letteratura: i fatti nudi e crudi, niente psicologie, niente commenti. In realtà il film implica un conturbante interrogativo rivolto allo spettatore; insomma, una specie di sfida: e vedremo quale. Il regista britannico Paul Greengrass (già vincitore alla Berlinale con 'Bloody Sunday') evoca quel fatale 11 settembre 2001, uno dei peggiori giorni della nostra vita. (...) Direi che il regista ha saputo evitare i due maggiori rischi dell' impresa, quello di raccontare una storia che si sa come va a finire e quello di abusare di immagini viste migliaia di volte in tv. Le convulse scene a bordo si alternano con le reazioni nei controlli a terra, più realistiche e convincenti le seconde delle prime. Non ci sono spunti polemici, ma da un contesto di esemplare serietà emergono varie evidenze. Tutta la complessa rete difensiva mostra le sue smagliature: dal fatto che i pirati dell'aria hanno potuto contrabbandare pugnali e argilla automodellante alla sorprendente constatazione che nel centro operativo la notizia dell'attacco arriva tramite la Cnn. Nessun giudizio morale sui fanatici a mano armata, per crudeli e maldestri che siano, nessuna accentuazione eroica sulla rivolta dei passeggeri considerata una reazione naturale. Proprio su questo punto si accende la sfida del film. Provate a rispondere alla domanda: 'Cosa fareste voi trovandovi nella condizione di quelle 40 persone esposte senza via di scampo a una certezza di morte?'. È facile rispondere che la cosa non riguarda noi, che abbiamo i piedi per terra e cento modi di scappar via; ma la verità è che nell'attuale frangente della società occidentale stiamo vivendo come su un aereo dirottato. Da un minuto all'altro potremmo trovarci tutti nella condizione dei moribondi del volo 93, a decidere se piegare il capo o disperatamente resistere. Per cui la cronaca notarile di Paul Greengrass assume il peso di un'allarmante metafora." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 7 luglio 2006) "C'è la vecchia teoria che l'arte anticipa la vita - la serie 'Airport' ha già raccontato il terrorismo avvenuto su quel famoso quarto aereo dirottato dai passeggeri l'11 settembre - questo bel film dell'inglese Greengrass sembra a tutti gli effetti una fiction. Invece l'autore di 'Bloody Sunday' ha raccolto dettagli, dai vestiti dei passeggeri alle conversazioni sui cellulari, per raccontare senza retorica né manicheismi anti arabi un pezzo quasi in tempo reale. Ed ecco un film teso e impressionante, ancora più quando si vede la confusione a terra e l'impreparazione militare: tutto è tragedia." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera, 14 luglio 2006)
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