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Il ritorno del "cinecocomero"
Puntuale come il "cinepanettone", torna nelle sale il "cinecocomero"; e dopo Un'estate al mare ecco i fratelli Vanzina alle prese con Un'estate ai Caraibi. Cinque storie si sfiorano, senza mai incontrarsi veramente, sull'isola di Antigua, nel mar dei Caraibi. La location, unico comune denominatore del film, fa da sfondo alle vicende di Roby, che a causa di una diagnosi sbagliata decide di godersi gli ultimi mesi di vita; Vincenzo, dentista napoletano, che cerca rifugio sull'isola insieme all'amante; Angelo, l'autista di un imprenditore, che si ribella alle vessazioni del suo datore di lavoro/padrone; Max, che lavora in una radio privata, e che quando la fidanzata lo lascia parte per una vacanza... per poi ritrovarla ad Antigua in compagnia di un collega di lavoro; Alberto, che è scappato da Roma a causa dei debiti di gioco e sbanca il lunario con delle piccole truffe insieme al suo complice, Morgan, un bambino di colore...
Lo spartito cambia, la musica molto meno
Quando si incassano molti soldi con un film, soprattutto un film che si presta a essere serializzato, è normale – e lecito – continuare nell'avventura. L'incasso superiore ai cinque milioni di euro di Un'estate al mare ha reso Un'estate ai Caraibi un passo scontato, la normale risposta ai desideri del pubblico, che anno dopo anno apprezza e incentiva i "resti" della commedia all'italiana. Ecco allora che nasce il franchise estivo – meno remunerativo di quello natalizio, ma comunque sostanzioso – del cinecocomero. E non importa se la formula è scontata, la sceneggiatura zoppica, la regia singhiozza: il punto è guadagnare, e inserirsi in un mercato estivo ormai da anni in balia dei film statunitensi. Il film esce nelle sale quando i concorrenti (Terminator Salvation a parte) sono ancora ai box di partenza (Transformers: La vendetta del caduto ed Harry Potter e il principe Mezzosangue su tutti), e cerca il contropiede per assicurarsi la sua fetta di pubblico (che comunque, ne siamo sicuri, sarà ampia anche quest'anno).
Quello che più lascia interdetti è la decisione dei fratelli Vanzina di lasciare praticamente solo agli attori il compito di sorreggere l'impianto comico del film: sembra quasi che, data una storia e macchine da presa alla mano, si limitino a guardare quello che succede. Quando gli interpreti sono ispirati, come nel caso di Brignano e, in alcuni frangenti, Proietti (che nostalgia Mandrake...), il film riesce a strappare qualche sorriso; negli altri casi diventa la solita accozzaglia di luoghi comuni e battute scontate. Chiaramente non mancano le bellocce da copertina che si insinuano in ogni modo nella storia, a cui fa da contraltare Martina Stella, bella anche lei, ma che recita (vorrebbe recitare) la parte dell'antagonista a queste, quella della ragazza nomale.
In più ci si mette la lunghezza della pellicola: davvero troppi 110 minuti per un film del genere. Per lo meno, questa volta il film non scade eccessivamente nel volgare; ma è comunque ancora troppo poco...
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"Gli stacanovisti dell'evasione, i Fratelli Vanzina rilanciano la scommessa gia tentata un anno fa. Investire sulla stagione estiva anziche sulle festivita natalizie. Non ragionano solo da autori: programmano da imprenditori. E in questo si prendono i loro rischi perche in Italia non esiste la consuetudine dell'uscita di film nuovi in estate. E, malgrado i propositi, e lontana dall'essersi affermato il tentativo di introdurla. Sul versante creativo e difficile non ripetere cose dette gia tante volte. Enrico e Carlo confermano un trend, quello di fare appello a risorse del passato. In questo caso la commedia comica piena di episodietti e personaggini. Che negli anni 50 era più castigata e oggi e più pochade, costellata di allusioni sessuali. Un'altra differenza: le presenze femminili, che allora avevano più peso (esempi: Ralli, Allasio), oggi sono puramente decorative." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 12 giugno 2009) "Certo non e roba per i cinefili snob che fanno la fila per sorbirsi le micidiali pizze coreane del fresco Festiva1 di Cannes. Infatti 'Un 'estate ai Caraibi', dei maltrattati fratelli Vanzina, figli di tanto Steno, e divertente, anzi, molto divertente. (...) Quasi inutile dire che le sorprese si susseguono in ogni sketch, con l'aggiunta di nuovi personaggi e di svariate valchirie coscialunga, un paio afflitte da insolita cellulite. Qualche aggancio all'attualita e del tutto innocuo, tipo il sosia di Berlusconi, tormentato da un ascesso, che si presta a tener bordone al dentista fedifrago, o la Seredova che raccomanda il suo Buffon al miglior offerente. Non manca un affettuoso omaggio al grande cinema degli anni Sessanta o addirittura al teatro di Gilberto Govi (lo scambio delle lastre era al centro di 'Colpi di timone'). Insomma un film davvero piacevole con un cast di immediata simpatia e parolacce al minimo storico. Cosa volere di più di questi tempi?." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 12 giugno 2009) "Incontri assurdi, lieti finali assurdi, gag mai spassosamente assurde. 'Ma che siamo all'Isola dei Famosi?' grida uno. Ecco, al gruppaccio maldestro manca solo un cecchipaone che abbassa il livello convinto di elevarlo." (Alessio Guzzano, 'City', 12 giugno 2009) "La prima estate era nettamente meglio. Qui il ritmo e fiacco. Nemmeno il solitamente prodigioso Proietti rompe una noia di quasi due ore. Non sempre gli si può chiedere di fare i miracoli. 1 migliori sono i romani Mattioli-Brignano, carnefice e vittima che si invertono i ruoli. Il primo e un imprenditore che chiama "kiwi" i suoi traffici con l'estero e brutalizza così chi secondo lui e ignorante: Peccato che il suo personaggio, una volta ai Caraibi, affondi come tutti gli altri. Apparizione di Berlusconi troppo scialba. L'originale e ben più divertente." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 12 giugno 2009)
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