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"Se e nella seconda parte del film che esce più chiaro l'attacco di Kusturica alla cultura del suo stesso paese, che ostinatamente per lui resta la Jugoslavia, e nella prima che il film allinea le immagini più memorabili: lo zoo di Belgrado distrutto dalle bombe, con gli animali che si aggirano tra le rovine, la vita quotidiana nel sotterraneo, il fescennino nuziale al suono di un'orchestra tzigana che intreccia ai ricordi felliniani, un omaggio a L'Atalante (che e anche una autocitazione da Il tempo dei gitani): mentre nel mondo di sopra Lili Marleen e la Sinfonia "Dal nuovo mondo" accompagnano le immagini di repertorio - qualche volta abilmente trattate, e perche no?, visto che la realta e manipolazione - della storia ufficiale. Ancora una volta Kusturica dice e nega insieme: l'emozione prodotta dalle sequenze del treno che porta la bara di Tito attraverso il Paese, dalla disperazione popolare, dai grandi della terra a lutto (c'e il nostro Pertini, Hussein, una solitaria Thatcher) ci comunica il rimpianto per l'uomo che era riuscito a tenere insieme il mondo balcanico - guarda caso lo stesso che ha inventato il sotterraneo jugoslavo. E' in questa dialettica che si riassumono l'ambiguita e la sincerita di Underground. E anche se dai film di Kusturica si esce stremati e coi timpani a pezzi, sarebbe una vera perdita se gli attacchi di cui e stato vittima lo convincessero a lasciare per sempre il cinema." (Irene Bignardi, 'La Repubblica', 22 dicembre 1995). "Sulla recitazione spericolata di Miki Manojlovic (Marco, un grande attore che e stato con Peter Brook), di Lazar Ristvski Blacky e dell'ambigua Mirjana Jokovic l'autore sintetizza in termini di triangolo amoroso la violenza di una tragedia storica senza preoccuparsi dei tempi, degli equilibri drammaturgici, delle omissioni e delle ripetizioni. Da questo film senza tregua si esce come da una sbornia balcanica accaldati, eccitati, vulnerati, fra il pianto e il riso. E con il cuore che batte furiosamente a significare, contro ogni evidenza geopolitica, che anche per la ex Jugoslavia finche c'e vita c'e speranza." (Tullio Kezich, 'Il Corriere della Sera', 24 dicembre 1995)
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