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Uomini qualunque
Negli States sempre più si sente di killer improvvisati, di istanti di ordinaria follia in cui esplode una bomba emotiva, e lo fa nel peggior modo possibile. Uomini qualunque, in cerca di un macabro riscatto nei confronti di un mondo che non sentono più loro e dal quale si allontanano, rifiutati.
Il mondo è pieno di uomini qualunque. Che si alzano la mattina, si mettono a fatica un paio di lenti a contatto, mangiano i loro cereali in scatola, devono il loro caffè, si fanno un brutto nodo alla cravatta ed escono di casa.
Il mondo è pieno di uomini qualunque che guidano una berlina di seconda mano, entrano in un ufficio in cui sono soltanto un numero, in una scuola dove sono unicamente un voto, in un negozio dove sono un mero profitto.
Il mondo è pieno di uomini qualunque, che sotto un'apparente patina di normalità, di banalissima, sommessa, quasi introversa normalità, celano un risentimento profondo, malato, rancoroso, ai limiti dell'azione violenta, pronto a deflagrare quando meno lo si aspetta.
Fu vera gloria?
E' uno di questi uomini qualunque il protagonista del film dell'italoamericano Frank Cappello, che veste Christian Slater dei tristi e polverosi panni di un impiegatuccio di nessun rilievo in un'azienda multinazionale, sfruttato e svilito da colleghi più giovani di lui, che soffre di un complesso di inferiorità e sogna una eclatante vendetta. Il fato vuole che, proprio nel momento in cui sta per realizzarla, un suo collega lo anticipi iniziando a sparare all'impazzata, trasformandolo così da potenziale assassino in eroe. Ma la vita, gli affetti, i dolori non cambiano, anche se in apparenza potrebbe sembrare il contrario: la vita di un uomo qualunque, con il suo disagio qualunque, con il suo disagio disturbato e potenzialmente mortale, resta quella di tutti i giorni precedenti.
Cappello costruisce, non si sa quanto volontariamente, un film disturbante, fastidioso nel suo alternare squarci di limpida realtà e lucido cinismo ad altri di grottesca edulcorazione della storia, fra aerei che sfiorano i tetti delle case e pesci rossi che dialogano da dietro il vetro di un acquario. L'impalcatura si lascia così trascinare sul lato favolistico, improntato a una semplificazione paradigmatica degli avvenimenti piuttosto che a una stratificazione di sensi e significati. Così l'ingarbugliamento finale, che non si presta a una chiave di lettura univoca, non contribuisce certamente ad aumentarne il peso o la complessità, insistendo casomai sul parametro della confusione.
Un film minuto, che ha un suo perché pur non essendo realizzato con molta cura, ma un po' sciattamente, e che fa del grottesco, nel bene o nel male, la sua arma migliore
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"Comincia in forma di monologo interiore, tocca le corde dello humour nero, mescola una dose di surrealismo: vedi il pesce rosso dell'acquario di casa, incline al turpiloquio, che sfotte il protagonista. Promette bene, insomma, anche grazie a un cast di star di seconda grandezza scelto con intelligenza. Peccato che, procedendo verso la fine, una certa ridondanza pregiudichi la felice economia di mezzi della prima parte." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 22 febbraio 2008) "Il film scritto e diretto da Frank A. Cappello, grottesco e pervaso di umorismo nero, attacca un intero sistema votato al darwinismo sociale, privo di umanità. Se un tempo la vittima reagiva, oggi è frustrata dalle sovrastrutture e perciò può diventare ostile all'improvviso, oltretutto in modo imprevedibile. Protagonista, un inaspettato Christian Slater non abituato a profili impegnati e proveniente da ruoli di eterno ragazzetto. A monte della frustrazione caustica che pervade l'intera atmosfera della pellicola c'è soprattutto il lavoro alienante - dentro un monolitico e cupo grattacielo aziendale - ma anche chirurghi che parlano di vacanze durante le operazioni e notiziari televisivi stupidi, ripetitivi, con cronisti avvoltoi pronti a trasformare i giustizieri in celebrità. Quel che stona - nella finzione - è una certa misoginia. Le donne infatti, castranti e scalatrici a forza di prestazioni sessuali, sono colpite da paralisi e umiliate con escrementi e vomito, lasciando nel dubbio che siano pure ingannevoli." (Francesco Raponi, 'Liberazione', 29 febbraio 2008)
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