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"Una psicologia curiosa sulla quale lo sceneggiatore regista ha lavorato di fino senza giudicare, limitandosi a esportare le ragioni di tutto, dell'accusato, in primo luogo, e poi anche dei poliziotti, disegnati con fisionomie precise. I ritmi, nonostante l'azione si svolga di prevalenza in una stanza, sono serrati e quasi convulsi, sostenuti da immagini dalla tonalità livide, sempre volutamente strette sui personaggi e, spesso, solo sui loro volti. Con effetti quasi ossessivi di concentrazione. Vi si adeguano con impegno i quattro protagonisti. Ricordo soprattutto Benoit Verhaert come Hubert e un incanutito Philippe Noiret come Chevalier." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 22 ottobre 2004)
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