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"Peccato che Grimaldi ignori lessico e usi dell'epoca e apra il film con 'La terza notte' di Neil Sedaka, canzone di quindici anni dopo: del resto, gli anacronismi abbondano. Bella, invece, la fotografia in bianco e nero di Massimo Intoppa. Quanto ad Arturo Paglia, se voleva somigliare fisicamente a Pasolini, doveva affilare il volto, non solo mettere occhiali squadrati; se voleva somigliargli psicologicamente non doveva abbassare sempre gli occhi". (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 6 giugno 2003)
"Aurelio Grimaldi è la dimostrazione che se vuoi fare fai. Magari con mezzi limitati, ma nessuno può tapparti la bocca. Ora questo cerimonioso siciliano ma dall'anima d'acciaio torna su Pasolini dopo che con 'Nerolio' aveva dedicato un film alla parte finale della vita del poeta (...) Che dire? Che il film non sembra povero anche se lo è, ed è un complimento. Che non fa una piega il suo rinfrescare la memoria sul calvario del Poeta che vedeva più lontano di tutti. Che cosa non persuade allora? Forse, una certa pedanteria didascalica e pure un che di civetteria che lo fa sentire fratello di martirio a PPP, cui Grimaldi proprio non sa rinunciare". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 7 giugno 2003)
"Proprio nel rapporto unico e silenzioso con la madre, nella poesia di un indifeso e disarmato contro la vita, negli incroci di sguardi dei bravi Arturo Paglia e Guia Jelo, che il film di Grimaldi si alza, sospeso da un soffio di medianica partecipazione. Il racconto diventa così interiore e ricrea, come nella bella scena in treno, in bilico sul sogno di una cosa neo realista, il bianco e nero dell'Italia vera anni '50, Paese duro e puro che Pasolini, ferito, rimpiangerà per l'eternità". (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 7 giugno 2003)
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