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Un Cuore Grande - a Mighty Heart Recensione

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Film
Autore
anonymous
Data della recensione
2007-05-22 08:13:00
Provider
Cinematografo
Recensione
Foto Pietro CocciaSe ci avessero detto prima che Brangelina (il soprannome della coppia Brad Pitt-Angelina Jolie) oltre a partorire un bel bambino e il gossip più insopportabile della storia, ci avrebbe donato un film come A Mighty Heart, non li avremmo visti con fastidio e irritazione. Già, perché la coppia più bella del mondo qui ha giocato pesante: lei è la protagonista, lui il produttore. Due capitani, per un viaggio lungo e difficile. Karachi- Guantanamo andata e ritorno. Questo fa Michael Winterbottom con A Mighty Heart, tragica e fedele ricostruzione del sequestro di Daniel Pearl, inviato in Pakistan e Afghanistan del Wall Street Journal. Ideale conclusione di un discorso iniziato con The Road to Guantanamo (non a caso pietra angolare scagliata contro la pace), Winterbottom si produce in quello che sa fare meglio: narrazione classica ed emotiva, abile uso delle immagini e coerenza nella struttura narrativa. Senza (s)cadere, come qualche volta di troppo gli capita, nella scena facile, nel pugno allo stomaco allo spettatore. Anzi, la sua è una scelta di rigore e sobrietà: il film (tratto dal libro di memorie della moglie del giornalista americano di origine ebraica) non incede in pietismi e facili lacrime, mostrandoci il dramma del sequestro che avvenne in Pakistan attraverso gli occhi della moglie Mariane (Angelina Jolie, superba nonostante una parrucca improbabile) e degli inquirenti, dei diplomatici e degli amici che le sono stati vicini. Dal 23 gennaio 2002 vediamo un susseguirsi di eventi drammatici, la normalità della tragedia, senza mai vedere la prigionia, le torture, le esecuzioni di Pearl (Dan Futtermann), ma "solo" rivivendo il dramma dall'interno. La deriva politica non c'è mai, né il facile attacco antiamericanista o antiarabo. Il modo migliore per ricordare Danny (così lo chiama la vera Mariane, ora stabilitasi in Francia con Adam, il figlio che Pearl non ha neanche visto nascere), uomo che ripudiava ogni dogma e viveva la sincerità come un valore tanto forte da diventare, purtroppo, autolesionista. Vediamo un dolore dignitoso e per questo lancinante, piangiamo e vorremmo urlare come fa la Jolie in una scena di lutto tanto scomposta quanto vera e straziante. Un film utile e finalmente anche bello. Per ricordare le vittime civili dell'inciviltà di una guerra insensata tra due giganti folli e assetati di odio.

Copyright © Cinematografo 2007.

Film
Autore
anonymous
Data della recensione
2007-11-16 01:08:00
Provider
Cinematografo
Recensione
Sarajevo- Guantanamo- Karachi. Un viaggio temerario di "Avventure nel mondo"? No, l'itinerario di Michael Winterbottom, cineasta di razza e intellettuale coraggioso. Emozioni, dolore, ingiustizie le sue specialità. Le guerre sporche e scomode di un Occidente sempre più corrotto e amorale il suo campo di battaglia, non solo cinematografico. Prima era l’ex Jugoslavia, ora è l’Afghanistan, il post 11 settembre. In Road to Guantanamo, ha raccontato la storia vera di quattro giovani la cui unica colpa fu sconfinare dal Pakistan e il non confessare, neanche sotto tortura, le bugie necessarie al Sistema. In Un cuore grande racconta i giorni in cui la guerra di civiltà, forse, è arrivata al suo punto di non ritorno. Nel gennaio 2002 Daniel Pearl, inviato per il Wall Street Journal in Pakistan e Afghanistan, viene sequestrato da Al Qaeda. Sarà il primo giornalista ucciso con un’atroce decapitazione, tragica moda del terrorismo di questi ultimi anni. Dopo le estradizioni illegali della Cia e il dramma delle detenzioni (spesso ingiustificate) di Guantanamo, Winterbottom, prodotto da Brad Pitt e con Angelina Jolie come protagonista, mostra l’altra faccia della guerra infinita, della libertà duratura, partendo dal libro di memorie della giovane e caparbia vedova. Con una narrazione classica, quelle che preferisce, e la solita grande capacità tecnica, il regista inglese ci porta all’interno di un dramma familiare e mondiale con una sobrietà e un pudore per lui inusuali. Daniel (Dan Futterman) lo vediamo quasi esclusivamente nei momenti di felicità e lavoro, viviamo la tragedia con la moglie Mariane (Jolie), in cinta di sei mesi, e di tutto il suo entourage di colleghi, amici e diplomatici. Di sbagliato e fuori posto, in questo film, insomma, c’è solo l’improbabile parrucca di Angelina. Ci si commuove, ci si indigna, si vorrebbe urlare insieme all’ottima Jolie, in uno dei pianti più scomposti ma veri della storia del cinema. Pearl cercava e raccontava la verità, ripugnava dogmi e ipocrisie. Una colpa troppo grande in un mondo fanatico e fondamentalista come il nostro.

Copyright © Cinematografo 2007.

Film
Un Cuore Grande - a Mighty Heart
Autore
anonymous
Data della recensione
2008-01-15 04:03:38
Provider
Cinematografo
Recensione

La Critica - Rassegna Stampa

"Tutt'altri mezzi usa Michael Winterbottom in 'A Mighty Heart', ricostruzione dell'atroce vicenda di Daniel Pearl, l'inviato del Wall Street Journal (...) Un classico docu-drama, anche se molto più sobrio ed efficace della media. Cucito addosso al carisma di Angelina Jolie nel ruolo di Mariane, moglie e collega di Pearl, origini franco-cubane, al quinto mese di gravidanza al momento del rapimento. Vera protagonista di questo film corale che finisce per esaltare il suo coraggio e la sua tolleranza. Con un paio di imparabili colpi bassi, ottimi attori, troppa macchina a mano (possibile che i docu-drama debbano imitare sempre la tv?). E la sensazione continua, sconfortante, che tutto ciò che vediamo è accaduto davvero." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 22 maggio 2007) "In 'A Mighty Heart' l'eclettico cineasta inglese Michael Winterbottom rievoca la tragica fine di Daniel Pearl, il redattore capo del 'Wall Street Journal' rapito e assassinato da Al Qaeda in Pakistan nel 2002. Un film robusto e coraggioso, presentato fuori concorso, che dispiacerà ai complottisti di destra e di sinistra inclini a giustificare le ragioni dei terroristi in odio a Israele e agli Usa. (...) Certo non ci si trova al cospetto di un film da cineclub, innovativo o sorprendente su un astratto piano di stile, ma l'esposizione è limpida, i dialoghi sono credibili e la tensione emotiva regge per 108 minuti di fila. Al contrario di quanto succede in prodotti consimili non si procede, inoltre, a stendere un velo sulle ambiguità della parte offesa, dalle torture inflitte ai sospettati dalla polizia pakistana agli errori dei servizi segreti occidentali, assai meno onnipotenti di quanto è comodo generalmente far credere. Gran parte del peso di 'A Mighty Heart' grava, ovviamente, sulle spalle di Angelina Jolie (non a caso Brad Pitt figura tra i produttori), ma la diva non strappa l'interpretazione da applausi, si limita a una dignitosa routine e perde l'indiretto confronto con i comprimari tra i quali spicca, invece, Archie Panjabi che è la fervida amica e collega indiana Asra, anch'essa di stanza a Karachi. Tra gli scorci migliori del film-inchiesta, cadenzato sui ritmi collaudati del cinema d'impegno all'hollywoodiana, si fanno raccomandare la notte della sparizione di Pearl, atteso invano dagli amici a cena nel suo appartamento, lo scontro della moglie disperata con la bizantina burocrazia pakistana, l'irruzione dell'unità anti-terroristica nelle case dei militanti integralisti e la tempesta mediatica che, anziché accelerare, ritarda fatalmente l'identificazione dei rapitori." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 22 maggio 2007) "Divo americano non impegnato, Brad Pitt, produce il film diretto in India da un regista britannico impegnato, Michael Winterbottom, e interpretato dalla moglie, Angelina Jolie. Questa miscela di divismo in cerca di una causa (e viceversa) poteva dare il peggio; ha dato il meglio: 'A Mighty Heart', sceneggiato da John Orloff a partire dall'autobiografia di Mariane Pearl, vedova di Daniel, giornalista del Wall Street Journal, rapito e decapitato da Al Qaida in Pakistan nel 2002 come ebreo, come americano e - si ipotizzava - come agente della Cia. Il meglio, perché in meno di due ore compendia il dramma personale e la crisi politica locale sottesa alla crisi politica internazionale (...) Mariane Pearl è interpretata sobriamente dalla Jolie, che con Pitt ha creduto nel suo libro, lasciato cadere in precedenza da quattro majors." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 22 maggio 2007) "Il libro scritto dalla vedova di Daniel Pearl è commovente, disperato. Il film prodotto da Brad Pitt con Angelina Jolie protagonista è meno emozionante ma ben fatto. Michael Winterbottom, inglese, 46 anni, un tempo regista molto duro ('Buttefly Kiss', 'Benvenuti a Sarajevo') con l'andare del tempo si è fatto più compassionevole, pietoso; Angelina Jolie è a volte troppo sentimentale." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 22 maggio 2007) "Se il regista si chiama Michael Winterbottom, prolifico cineasta inglese, già vincitore dell'Orso d'Oro a Berlino con 'Cose di questo mondo' (2002) e autore del documentario 'A Road to Guantanamo' (2006), la delusione è ancora maggiore. Prevedibile, lento e noioso. Ad evitare lo scacco non bastano neanche la presenza di attori impegnati come Angelina Jolie, che interpreta Mariane Pearl, la moglie del giornalista, nonché autrice di un libro a cui è ispirato il film, e del consorte Brad Pitt, produttore del film." (Giacomo Visco Comandini, 'Il Riformista', 22 maggio 2007) "E' l'effetto delle storie vere: sembrano sempre finte, sullo schermo. Del resto il regista, l'inglese Michael Winterbottom, non è nuovo a queste commistioni. Il film non è né brutto né bello: è il tipico thriller internazionale che si segue senza la minima emozione. Il messaggio sul dialogo fra religioni è sincero ma generico. Il vero motivo del film va letto fra le righe: Andrei Eaton, uno dei produttori, elogia l'appoggio ricevuto dal segretario degli Interni pakistano Karnal Shah, che ha capito come la collaborazione tra americani e pakistani nel caso Pearl, descritta nel film, avrebbe messo in buona luce il Pakistan'. Vabbé, 'A mighty heart' è un gesto diplomatico, prendiamolo così." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 22 maggio 2007) "La pellicola ha la forza e il senso del cinema di un film di Michael Mann: nessun indugio, non un fotogramma di troppo. Certo i mezzi ci sono e si vedono. Li ha messi a disposizione Brad Pitt, generoso produttore in nome della presenza di Angelina Jolie che interpreta la moglie di Pearl, giornalista anch'essa, incinta all'epoca come l'attrice al momento del set." (Andrea Martini, 'Quotidiano Sera', 22 maggio 2007) "Più vero della finzione. Deve aver pensato Winterbottom. Così ecco il Vanzina del cinema d'autore (12 film negli ultimi 10 anni) tornare alla tecnica molto inglese del docu-fiction che tanto aveva funzionato nell'avvincente 'Road to Guantanamo' per raccontare in 'A Mighty Heart - Un cuore grande' l'odissea di Mariane Pearl, la moglie del giornalista del Wall Street Journal rapito e ucciso in Pakistan nel 2002 dai fondamentalisti islamici. Il film, tratto dall'omonimo libro della vedova Pearl, è vissuto dal punto di vista di una moglie che cerca disperatamente di ritrovare l'uomo che sarà il padre del figlio che porta in grembo. Gli amici, la frustrazione, l'impotenza, i depistaggi, l'immagine volutamente scialba e la grande star hollywoodiana che deve dimostrarci di poter diventare normale. Si era confuso con altrettanta diligenza tra i sofferenti del mondo il suo compagno star Brad Pitt in 'Babel' e ora tocca a lei: Angelina Jolie, il cuore ma anche la testa di questo film ben fatto e furbetto insieme." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 16 novembre 2007) "Un'operazione fortemente voluta dal produttore Brad Pitt e da sua moglie, Angelina Jolie, che dopo varie insistenze ha deciso di accettare la proposta di Mariane di interpretare lei il ruolo della signora Pearl. Alla regia, l'inglese Michael Winterbottom ('Welcome to Sarajevo', 'oad to Guantanamo'), documentarista per fede sino agli anni Ottanta, passato poi a specializzarsi in film drammatici ad alta vocazione realistica. E' il caso di questo 'Mighty Heart' che rende un buon servizio a un evento doloroso, personale ma anche pesantemente politico, capace di rappresentare ogni storia in cui un uomo o una donna pagano per il loro impegno, lasciandosi alle spalle famiglie, amici, figli, compagni e compagne di lotta che soffriranno della loro mancanza per il resto della vita. David Pearl non era un eroe, semplicemente un giornalista di grande esperienza e molto curioso, che aveva trovato una pista per saperne di più sul terrorista Richard Reid, quello che tentò di fare esplodere un aereo diretto a Miami, nel dicembre del 2001, con un esplosivo nascosto nella scarpa. (...) Il film è la storia delle indagini, dei giorni dell'attesa, della speranza e del dolore. Senza pietismi, stile asciutto, punto di vista unico, quello di Mariane, niente controcampi della prigionia di Pearl, niente ricostruzioni azzardate delle attività e dei metodi dei terroristi. Un lavoro pulito, onesto, per ricordare che di giornalismo - vero - si può morire." (Roberta Ronconi, 'Liberazione', 16 novembre 2007) "L'opzione della regia a favore del realismo funziona; come funzionano il contrasto fra la casa e le vie della città orientale, ai nostri occhi minacciose e impenetrabili. E funziona anche la Jolie, che disegna un carattere di moglie coraggio convincente oltre le previsioni, malgrado la scelta di moltiplicare le inquadrature "strette" sul suo viso. 'Mighty Heart', insomma, non sprofonda nelle convenzioni di Hollvwood, contrariamente a quel che si poteva temere. La cosa più apprezzabile, anzi, è il modo in cui tiene a una certa distanza lo spettatore: ammettendolo nella situazione come un testimone, tollerato sì ma sempre un po' intruso. Detto questo non mancano le riserve sul complesso dell'operazione. Risolvendo tutto nel resoconto dell'inchiesta di Mariane, il film lascia da parte il contesto in cui si svolgono gli eventi, con i relativi aspetti politici, culturali e morali. Dove Winterbottom, che ha già provato di essere tutt'altro che un integralista antislamico, avrebbe potuto spendere, meglio di altri, una buona parola." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica, 16 novembre 2007) "Meglio che in 'Rendition' di Gavin Hood in 'Un cuore grande' si colgono paradossi e contraddizioni del neocolonialismo americano, privo di un progetto di dominazione geopolitico di lungo respiro come quello del colonialismo britannico. La Jolie è una sobria Marianne, finita per imprudenza del marito in un gioco che, almeno per loro, era vano giocare." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 16 novembre 2007)

Copyright © Cinematografo 2008.



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