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Dalle note di regia:"Utilizzo il noir perchè è un genere che permette di raggiungere velocemente l'essenza dei personaggi e dà dinamismo alla storia. Quella di Frèdèric è una maschera.Dietro l'ordine, la bellezza della cucina con i suoi piatti perfetti, c'è violenza, sofferenza. E' uno che ha tutto, ma la sua ricerca della perfezione è tale che sogna un altro se stesso."
"Rapp non si limita a mettere in scena ambienti ovattati e dialoghi sapienti ma intesse un ambiguo sottotesto fatto di sguardi in tralice, parole non dette o dette con intenzione, domande senza risposta che germinano nella testa dei personaggi non meno che in quella degli spettatori. E lo fa con un doitgé impeccabile, anche se qualcuno potrà rimpiangere che non abbia né la forza tragica di Losey né l'energia di un Lelouch, che una storia così l'avrebbe volta in commedia, naturalmente nera".(Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 1 giugno 2001).
"Auto di lusso, biblioteche e profumo di tabacco coinvolgono il cameriere in una relazione pericolosa, fatta di mimetismo, filiazione, omosessualità, che la regia di Bernard Rapp riesce a subordinare passo dopo passo a un mistero da svelare. Occasione efficace per intuire quanto possono costare i sensi". (Silvio Danese, 'Quotidiano Nazionale', 1 giugno 2001)
"Tratto da un romanzo di Philippe Balland, prodotto soprattutto da varie reti televisive, il film francese ha una leggerezza elegante, una grazia eccentrica non comuni". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 1 giugno 2001)
"Da 'Un affare di gusto' di Rapp - volto noto della tv francese per cui è stato reporter, corrispondente, conduttore del tiggì - non avrete una parola definitiva, bensì un sintomatico travaso di dubbi espressi con un montaggio sapiente che ci fa assaporare un racconto dal gusto raffinato e complesso, dove non si riesce sempre a distinguere i vari elementi, aprendoci una dopo l'altra una serie di porte verso l'inferno, il buio della mente, un termine di Chabrol, estimatore del film. Che si appoggia solido su un morbido duetto virile d'intensità davvero non comune (...)". (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 2 giugno 2001).
"L'architettura narrativa di 'Un affare di gusto', tratto con una certa libertà dal romanzo di Philippe Balland, è insolita. Fin dai primissimi minuti apprendiamo che è stato commesso un delitto: però l'enigma non riguarda i fatti, ricostruiti mediante le testimonianze al giudice istruttore, ma la personalità dei protagonisti e dei loro moventi. Così, anziché attendere l'epilogo, lo spettatore si concentra sullo strano gioco al massacro che comprende, di passaggio, ciò che Rapp vuole sostenere con la sua storia; la 'società civile' non è affatto civile; soltanto, traveste la violenza in forme sofisticate e simboliche. Bravi Girardeau e Lorit a rendere le ambiguità dei rispettivi 'caratteri' ". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 9 giugno 2001).
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