"Qui vige la burocrazia, con elaborazione di dati ectoplasmatici, documenti, questionari, computer per informazioni ('per altre domande sull'aldilà e senso della vita, prego prema asterisco'). Per il resto, l'operina soffre di una comicità polverosa di smorfie, cadute, urtare e rompersi di oggetti, con aggiunta di rutti e scorregge. In un calderone che recupera cenerentole, possessioni e acchiappafantasmi." (Federico Raponi, 'Liberazione', 4 gennaio 2008) "Il film, interpretato da Michael Bully Herbig, uno degli showman più famosi in Germania, realizzato in sistema misto, racconta una storia divertente e complicata che allude agli esami che nella vita non finiscono mai. Il fantasma vive in un castello cadente, abitato pure da un vecchio castellano imperturbabile; ci sono un re in bancarotta, ricevimenti di gala, lo spaventevole Daalor ispettore dei fantasmi, la necessità di rifare l'esame da fantasma, tradimenti, infamie e amicizia. Uibù non è fisicamente simpatico, ha anzi un'aria più viscida che astuta; ma 'Uibù' è nel complesso buffo e intelligente." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 4 gennaio 2008)
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Un castello e un tintinnar di catene
Sul finire del diciannovesimo secolo, re Julius decide di trasferirsi nell'antica dimora di famiglia, un suggestivo ma disastrato castello che – nelle intenzioni – dovrebbe impressionare la contessa Leonora, di cui si è infatuato. Purtroppo, però, nel maniero abita già un curioso personaggio: si tratta di Uibù, un fantasma maldestro e decisamente poco spaventoso, antenato di Julius. I due, in principio, si danneggeranno a vicenda, ma in seguito saranno costretti a collaborare per far fronte a una minaccia che li accomuna, aiutati da una giovane governante e da suo figlio…
La via europea?
Chi l'avrebbe mai detto, anche la Germania tenta la scalata al cinema fantastico/digitale; peccato, però, che a un tale sfoggio di tecnica manchino le idee.
Come spesso accade nei tentati blockbuster europei (Gran Bretagna a parte), alla buona confezione non corrisponde un'adeguata cura del contenuto, e così anche questo Uibù – i cui personaggi derivano da una trasmissione radiofonica – pare destinato a smarrirsi nel mare magnum di prodotti simili. A poco valgono i buoni effetti visivi e le blande venature orrorifiche (comunque adatte al pubblico dei giovanissimi, destinatario privilegiato del film): sceneggiatura e regia – confuse in un sovraffollamento di stereotipi che ne annullano la personalità – si adattano ai modelli americani e vivono d'invenzioni altrui, fra echi di Beetlejuice, Casper, Mamma ho perso l'aereo e Ghostbusters. Riferimenti simpatici, questi, ma già di per sé non memorabili (escludendo, ovviamente, il delizioso Beetlejuice di Tim Burton), a cui si aggiungono varie trovate comiche in stile Looney Tunes, prive però dell'irresistibile cinismo e della straordinaria creatività degli originali.
Umorismo semplice, se non puerile, per un film che potrebbe divertire i bimbi; sempre che anche loro non lo trovino scontato.
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