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Tutti Gli Uomini Del Re Recensione

"Tutti Gli Uomini Del Re" recensioni

Scheda Film
Tutti Gli Uomini Del Re
Autore
anonymous
Data della recensione
2008-02-03 04:00:27
Provider
Cinematografo
Recensione

La Critica - Rassegna Stampa

"La buona volontà dello sceneggiatore-regista non è in discussione. Zaillian ha il merito di non istituire opposizioni fra buoni e cattivi, preferendo mostrare il machiavellismo costituzionale della politica; ispirata anche alla scelta di affidare la parte principale a Sean Penn, che s'immerge nel personaggio con un'energia venata di follia. Se l'attuale inquilino della Casa Bianca ha ottenuto qualcosa di buono, è stato di risvegliare il cinema americano facendogli ritrovare l'impegno. Peccato che la struttura narrativa macchinosa e la regia, troppo dimostrativa, appesantiscano un film eccessivamente lungo". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 29 dicembre 2006) "Già portato sullo schermo da Robert Rossen in un film che anche grazie alla vigorosa interpretazione di Broderick Crawford vinse 3 Oscar nel '49, 'Tutti gli uomini del re' è una delle pietre angolari dell'immaginario politico americano. Si capisce che uno dei membri più influenti dello staff di Bill Clinton, James Carville, qui produttore esecutivo, sognasse da anni di farne un remake. Meno chiaro è perché Steve Zaillian, già sceneggiatore di 'Schindler's List', abbia spostato la vicenda dagli anni 30 agli anni 50 per sottolinearne l'universalità, attirandosi le critiche di buona parte della stampa Usa. Più che dagli anacronismi lo spettatore italiano sarà forse disturbato da un doppiaggio che regala al sudista Sean Penn un assurdo accento ciociaro-partenopeo. In compenso Zaillian azzecca la mossa chiave del racconto sospendendo la parabola del politico zotico allo sguardo estraneo e straniato del giornalista Jude Law, che affascinato dal demagogo e dalla sua energia finisce per rinnegare e tradire il suo giornale, la sua classe sociale, la sua stessa famiglia, in un processo di identificazione mista a repulsione (e autodistruzione) tratteggiato con insinuanti accenti noir. Niente di originale: come molti film di sceneggiatori, 'Tutti gli uomini del re' è privo di vero stile ma pieno di trovate, di dettagli, di effetti di buona scuola. Perché in America studiano, conoscono i classici, maneggiano con dimestichezza la grammatica e se occorre la retorica dei generi. Peccato che allo smaltato cast di bei nomi, tolti Sean Penn e l'untuoso Gandolfini, manchino l'impeto, il calore, la simpatia (o la schietta antipatia) dei loro personaggi. Come, del resto, in troppi film Usa di questi anni." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 29 dicembre 2006) "Divulgazione fuori tempo massimo, in un'epoca in cui la politica ha superato i vizi populisti, di un nevrotico governatore che negli anni 50 va al potere in buona fede nel profondo Sud. Farà del suo peggio, annaspando nella demagogia e nella corruzione fino alla finale tragedia greco americana, morte e redenzione. (...) Passo indietro rispetto al bellissimo film del '49 di Rossen di cui tiene la struttura del racconto ma non il bisogno profondo di denuncia senz'ombra di soap, mentre in questo remake manca il verbo della sincerità, l'azione si perde tra camei di volti noti di bravi attori e Sean Penn, ovviamente sopra le righe, subisce l'affronto finale di un doppiaggio mafioso broccolino che reclama vendetta. Perché?" (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 5 gennaio 2007)

Copyright © Cinematografo 2008.



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