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"Iconograficamente questa fiaba nera è molto ricca e provocatoria. C'è dentro 'Alice nel paese delle meraviglie' e 'Psycho' di Hitchcock, testoline semi-Barbie surrealiste, e dunque Svankmeyer; Buñuel del 'Cane andaluso' e Walt Disney, l'adorato maestro di Gilliam (che è soprattutto un cartoonist), visto lo scoiattolo parlante. Il clima è da 'Zazie' di Queneau. Molto citato il pittore gotico delle praterie, Andrew Wyeth, a cui il direttore della fotografia, il nostro esule Nicola Pecorini, ha aggiunto fish-eye, dinamismo da sublime steady-cameraman e un po' di acido lisergico degno di 'Paura e delirio a Las Vegas'. La luce e i campi di grano sono autobiografici, ricordano il natio Minnesota del regista (ma il set è in Canada, perché solo lì Gilliam ha trovato la produttrice, con sensibilità e coraggio adeguati all'impresa). Il regista inglese (ha appena rinunciato alla seconda cittadinanza Usa) che viene da Monty Phyton e passa per 'Brazil', 'Il senso della vita', 'Munchausen' e altri capolavori né mainstream né underground, lo ha reinterpretato usando uno schema che, per ritmo narrativo, è antitetico alle leggi aristoteliche di Hollywood. Il metodo Gilliam è un fluxus continuo: 1. catturare subito il pubblico. 2. tenerne costantemente desta l'attenzione, con ogni trucco. 3. finire con qualcosa di memorabile. Missione compiuta." (Roberto Silvestri, 'Il Manifesto', 2 novembre 2007) "Una fiaba nera, racconto di amori disperati e realtà avvilenti a cui supplire con fantasie eroiche. Un mondo parallelo fatto delle parole, dei sogni e delle speranze di una bambina incredibile, adorabile e mai melensa, malata di una fiducia irriducibile nella sua ipervisione della realtà. Gilliam subisce molte influenze: dal Laughton de 'La morte corre sul fiume' (un film che fallì commercialmente, guarda un po') ai suoi amati fratelli Grimm, con Jeliza-Rose che in qualche modo non è lontana dalla determinata, quasi feroce innocenza di Gretel. L'ex Monthy Phiton, racconta una storia dolorosa di disagio con la forza visiva di sempre, più intimista e meno esplosivo del solito, confezionando un piccolo capolavoro, un'opera deliziosamente cinica, un gioiello di capacità registiche e narrative. Senza paura, come disse di lui Matt Damon, di 'gettarsi nel fango per il suo film'. Gran bella favola, nonno Gilliam." (Boris Sollazzo, 'Liberazione', 2 novembre 2007) "Nella totale distorsione della visione panoramica, il surrealismo e la necrofilia la fanno da padroni, ma se si vuole individuare il fruitore di questo prodotto lo si può cercare invano. Sono i tipici racconti amati dagli autori, e basta. Nella totale distorsione di ogni palpito, di ogni gesto degli odiosi protagonisti, i più ottimisti potranno definire il calembour una fiaba gotica: Lewis Carrol e Dickens sono gli ispiratori innocenti di una malsana e ambiziosa miscela che si consuma nell'eternità di due ore." (Adriano Di Carlo, 'Il Giornale', 2 novembre 2007) "Il regista si adopera assai per rendere horror il grottesco e viceversa, sfruttando l'immaginifico morboso adolescenziale con scene che bussano dirette ai subconscio. Ma nel disordinato conto finale, somma e ricicla di tutto e di più. La cosa più difficile è entrare in un mondo fantastico, inventare la logica della non logica e spesso Gilliam eccede e si ripete, come la visione di una bambina che scopre un mondo fatato ma molto pericoloso in cui impudente e imprudente cerca di scacciare i suoi spiriti in un'accozzaglia grottesca che la rende un mostro, pronta a diventare adulta allineata a un mondo di mostri suoi pari." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 2 novembre 2007)
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