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"Segatori gira con perizia tecnica ed esuberanza visiva (grandangoli e ralenti), anche se la fragilità narrativa non riesce a trasformarsi in iperbole significante e ha allestito un cast prestigioso funzionale al suo progetto, da Raoul Bova e Giancarlo Giannini, Angela Luce, Tommaso Bianco, Michele Placido, ma quello maggiormente sintonizzato sull' "americanismo" dell'operazione è Francesco Paolantoni". (Alberto Castellano, 'Il Mattino', 27 dicembre 1999)
"Tra Germi e Tsui Hark, ovvero mischiando la rilettura western del Sud italiano e con la violenza coreografata di certo cinema d'azione orientale, l'ex documentarista Fabio Segatori debutta nel lungometraggio con Terra bruciata. Film inconsueto per il panorama nostrano (anche se Stefano Incerti con Prima del tramonto ha già provato a confrontarsi col genere), e chissà che l'esperimento non funzioni: il giovanotto possiede un discreto senso del ritmo e sa impaginare le sparatorie, pur dando il meglio di sé nel ritratto un po' fetish di due clan malavitosi in guerra tra loro nell'abbagliante scenario di una Lucania estiva". (Michele Anselmi, 'L'Unità', 28 novembre 1999)
"Neo western nel profondo Sud, tra clan rivali (Giannini contro Paolantoni, con la benedizione di frate Michele Placido) che si contendono una masseria, per la quale hanno ucciso i genitori di Raoul Bova. Buone intenzioni di fiction documentale, pessimi risultati. Esordio di Fabio Segatori che gioca con i suoi piaceri cinefili (Leone, Eastwood) anziché lavorare sulla responsabilità etica del tema che ha scelto". (Silvio Danese, 'Il giorno', 11 dicembre 1999)
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