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"Pittore della cinepresa, Sokurov lavora la materia visiva attraverso filtri e procedimenti di laboratorio fino a trasfigurarla. Se gli esterni sono immersi nella nebbia, gli interni avvolgono le figure umane in una specie di velo denso e lattiginoso, che ne fa qualcosa a metą tra corpi in carne e ossa e fantasmi. Ma lo straordinario finale innesca un processo di catarsi sufficiente a pacificare anche lo spettatore pił angosciato. Seduto in giardino, il dittatore si trasforma sotto i nostri occhi in un personaggio cechoviano, mentre un accenno di riso affiora sulle sue labbra; e mentre la caligine che avvolgeva le cose si disperde, mostrando un cielo finalmente terso". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 18 maggio 2001)
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