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"Spiace essere cinici ma davvero danza e morte meritano ben altro trattamento. E con chi, debuttante allo sbaraglio come Gilbert, decide di raccontarle e formalizzarle come in un videoclip, non si può che essere costruttivamente cattivi. L'opera prima del regista, tratta dall'omonimo romanzo di Davida Wills Hurwin, è un altro tentativo, miseramente e retoricamente fallito, di portare sullo schermo i tempi della danza - per quelli della morte ci aveva già pensato tanto bene Almodóvar 'parlando con lei', la Grande Signora - ma davvero non sentivamo il bisogno di ballerine malate terminali che si spengono didascalicamente nella luce bianca di una dissolvenza". (Marzia Gandolfi, 'Duel', 1 settembre 2002)
"Spingesse su qualche pedale (melò, comica, demenza, drammone, fotoromanzo), si potrebbe anche mandare giù. Ma è talmente scipito che sembra lavato nell'acido. D'accordo, ci si sganascia alle battute pronunciate con una seriosità da messa; però che fatica, che pena, che tutto". (Pier Maria Bocchi, 'Film tv', 17 settembre 2002)
"Due giovani amiche crescono, si tradiscono, soffrono. Una, in particolare, sogna la danza, ma il destino ha in serbo per lei un incessante tip tap di disgrazie (...) musiche micidiali, immagini visionarie sprezzanti del ridicolo. E quando il sentimentalismo si fa infame, non sembri infame chi sghignazza in platea". (Alessio Guzzano, 'City', 18 settembre 2002)
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