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Stranger Than Paradise - Più Strano Del Paradiso Recensione

"Stranger Than Paradise - Più Strano Del Paradiso" recensioni

Scheda Film
Stranger Than Paradise - Più Strano Del Paradiso
Autore
anonymous
Data della recensione
2008-04-11 04:02:30
Provider
Cinematografo
Recensione

La Critica - Rassegna Stampa

"All'opera dell'americano Jim Jarmusch (un fedele di Ray e di Wenders), nuoce una avvertibile pesantezza, una lentezza (sebbene non si tratti che di un'ora e mezzo) che nasce dalla maniera di raccontare, poiché il regista non ha fatto, in sostanza, che un 'collage' di momenti e di episodi anche minimi, intervallati da pause brevissime di buio, senza l'abituale montaggio. Il buio, tuttavia, non implica affatto oscurità di narrazione; il sistema volutamente adottato ha uno strano fascino. Già il film sembra piombato sui nostri schermi da un'altra galassia: nulla ha a che spartire con i sistemi attuali (è in bianco e nero, una trama che è un filo, interpreti sconosciuti, qualche accenno al 'road-movie', niente effetti più o meno speciali. Sembra roba da temerari, eppure la sua asciuttezza di immagini, l'asetticità nei sentimenti e la rarefazione delle atmosfere ci sembrano di grande artigianato e destinati a reclamare l'attenzione di chi ama il cinema. Di motivi e di contenuti ce ne sono moltissimi, senza che mai una sola volta Jarmusch li abbia sbandierati, cedendo a facili compiacimenti. Intanto, l'impatto tra due culture: la vecchia Europa (le radici della cocciuta e fiera zia Lotte e le sorvegliate emozioni della giovane Eva Molnar, sbarcata nel mitico mondo americano) e l'America dell'integrato Willie, che ha cancellato il nome Bela e si dichiara ormai cittadino USA a tutti gli effetti. Poi l'ambientazione: quello squallore di casucce e di paesaggi, quel lago gelato (che appena si intrave- de nel nebbione) a Cleveland, quella Florida tanto solare e reclamizzata, che si manifesta invece grigia e triste, quei poveracci che sopravvivono stando ai margini, nel piccolo cabotaggio tra pokers truffaldini e scommesse alle corse: tutto in un'ottica melanconica ed ironica, che lascia intravedere amarezze e problemi. Questo mondo è trattato con mano indiscutibilmente leggera e con tocchi insoliti per finezza, che fanno atmosfera per tre personaggi, i quali sono altrettanti destini, gente che si incontra, si sfiora e poi divarica, come foglie nel turbine. Nelle pause buie del racconto si avverte lo spessore di quei problemi e l'angoscia di quelle solitudini esistenziali, che anche nella rapida vacanza e nella precaria fortuna non trovano ragioni di gaiezza, restando Eva e i suoi due amici sempre stranieri agli altri ed a se medesimi, davvero ben più che in Paradiso. E' questa 'estraneità' che il regista ha inteso di sottolineare, facendo uso di una fotografia spesso piatta, o cruda, o desolata, di cui il bianco e nero sembra ancor più privilegiare la tristezza. Come si è detto, non si intende negare che il quadro e la tecnica del raccontare non inducano ad una impressione di pesantezza, ma altri valori hanno la meglio e sono assai pregevoli. Il finale del film, poi, è una trovata notevole (...) E' un film interessante, interpretato da attori pressoché ignoti con estrema naturalezza e simpatia e che ci fa sentire anche una musica incisiva e scritta con intelligenza." ('Segnalazioni Cinematografiche', vol. 100, 1986)

Copyright © Cinematografo 2008.



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