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State Of Play Recensione

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Scheda Film
Autore
anonymous
Data della recensione
2009-04-29 11:04:00
Provider
Cinematografo
Recensione
Giudizio: OOOOO

"Ci sono giornalisti-giornalisti e giornalisti-impiegati", diceva il capo-cronaca di Giancarlo Siani, come ci ricorda Marco Risi in Fortapàsc. E stranamente deve esser arrivato all'orecchio di Russell Crowe, reporter protagonista di State of Play diretto da Kevin MacDonald (L'ultimo re di Scozia) e scritto con Michael Carnahan, Tony Gilroy e Billy Ray. Determinato, energico e quant'altro, il suo giornalista-giornalista Cal McAffrey visita un obitorio, imbosca delle prove, interroga rudemente un testimone, finisce più volte sotto il fuoco, ma in compenso scrive poco, pochissimo, e senza l'assillo di deadline. In breve, è troppo bello, lui e il suo lavoro, per essere vero.
Se gli fa difetto la credibilità, come pure al suo capo duro, puro e generoso Helen Mirren e alla dolce e valente apprendista - nessun ombra di precariato, ovvio - Rachel McAdams, in compenso a questo dramma politico-giornalistico, adattato a Washington dall'omonima miniserie del 2003 prodotta da BBC e ambientata a Londra, manca pure qualsiasi criterio di novità, partendo dal plot giù fino alle caratterizzazioni dei personaggi, tra cui il torbido astro del Congresso Ben Affleck, la sua splendida - e sotto utilizzata - mogliettina Robin Wright Penn, il manipolatore Jason Bateman e il machiavellico senatore Jeff Daniels.
C'erano una volta gli anni '70, ovvero il Watergate e Tutti gli uomini del presidente, sono arrivati i '90 con la stanza orale di Clinton e Lewinsky e le "soffiate" di Drudge Report, all'alba del terzo millennio la carta stampata sta per traslocare sul web, portandosi appresso un esercito di giornalisti-impiegati: il caro Cal McAffrey che c'azzecca? Poco o niente, purtroppo.
Sarà pure State of Play, di certo non è stato dell'arte giornalistica, e al suo reporter manca solo la pistola perché agli occhi del pubblico diventi uno sbirro. Rimangono attuali il circolo vizioso di politica e giornalismo, gli intrighi vari e assortiti, la sicurezza in svendita, ma non c'è nessuno che sappia raccontarlo. Almeno con credibilità.

Copyright © Cinematografo 2009.

Scheda Film
State of Play
Autore
anonymous
Data della recensione
2009-05-12 08:01:00
Provider
Spaziofilm.it
Recensione

Doveva essere un altro film

La lunghissima fase di produzione, iniziata alla fine del 2006, vedeva schierati in campo, per i ruoli dei due protagonisti, Brad Pitt ed Edward Norton.

Poi il primo ha abbandonato per lasciare il posto a Ben Affleck, e il secondo, per la concomitanza con altri impegni presi, dovuta al ritardo sui tempi di lavorazione, ha rinunciato, aprendo la strada a Russel Crowe.

Due assi sostituiti da due buoni attori, direbbero i ben informati.

Comunque sia, se è vero che la storia non si fa con i se e con i ma, il film che ne esce presenta in scena i due 'rimpiazzi” e non il cast originariamente pensato, e unicamente a quelli ci si può rapportare.

Crowe svolge il suo solito sporco mestiere, quello del professionista, un giornalista in questo caso, dallo sguardo fumoso e dalla camicia stropicciata e perennemente fuori dai pantaloni.

Anche Affleck si diletta con quel che gli è storicamente più affine, il bravo ragazzo, bello, piacente, arrivato (al Congresso degli Stati Uniti, in questo caso), membro influente della Commissione che deve erogare i finanziamenti al Dipartimento della difesa.

Ovviamente i due si ritroveranno invischiati in un complotto che squassa il palazzo, sfiora e sporca le eleganti giacche di deputati, senatori, potentissimi lobbysti dell'apparato militare-industriale, come lo avrebbe definito Eisenhower...

Una trama che non decolla

Il regista Kevin McDonald, già autore de La morte sospesa e L'ultimo re di Scozia, costruisce un thriller che si muove pigramente in schemi consolidati, costruendo una storia che, estrapolata dal contesto specifico, assomiglia ad altre mille storie di genere.

Dopo una discreta partenza, infatti, i cliché prendono il sopravvento, rendendo il plot stanco e telefonato nonostante il tentato colpo di coda finale. Ma a penalizzare State of Play è soprattutto una certa tendenza ad allungare le sequenze, a caricarle di senso attraverso una gestione delle inquadrature inutilmente insistita, prolissa, che aggrava la pellicola di quei venti minuti di troppo che la privano di freschezza e agilità, depotenziandola e facendola implodere su se stessa.

A poco vale la pur discreta presenza scenica di Crowe, che controbilancia comprimari monodimensionali e privi di carisma (Affleck su tutti): così il film di McDonald, non riuscendo a eccellere in nulla, ma risultando mediocre in tutto, è destinato a far perdere le proprie tracce nel calderone dei thriller da videoteca.

Copyright © Spaziofilm.it 2009.



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