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Doveva essere un altro film
La lunghissima fase di produzione, iniziata alla fine del 2006, vedeva schierati in campo, per i ruoli dei due protagonisti, Brad Pitt ed Edward Norton.
Poi il primo ha abbandonato per lasciare il posto a Ben Affleck, e il secondo, per la concomitanza con altri impegni presi, dovuta al ritardo sui tempi di lavorazione, ha rinunciato, aprendo la strada a Russel Crowe.
Due assi sostituiti da due buoni attori, direbbero i ben informati.
Comunque sia, se è vero che la storia non si fa con i se e con i ma, il film che ne esce presenta in scena i due 'rimpiazzi” e non il cast originariamente pensato, e unicamente a quelli ci si può rapportare.
Crowe svolge il suo solito sporco mestiere, quello del professionista, un giornalista in questo caso, dallo sguardo fumoso e dalla camicia stropicciata e perennemente fuori dai pantaloni.
Anche Affleck si diletta con quel che gli è storicamente più affine, il bravo ragazzo, bello, piacente, arrivato (al Congresso degli Stati Uniti, in questo caso), membro influente della Commissione che deve erogare i finanziamenti al Dipartimento della difesa.
Ovviamente i due si ritroveranno invischiati in un complotto che squassa il palazzo, sfiora e sporca le eleganti giacche di deputati, senatori, potentissimi lobbysti dell'apparato militare-industriale, come lo avrebbe definito Eisenhower...
Una trama che non decolla
Il regista Kevin McDonald, già autore de La morte sospesa e L'ultimo re di Scozia, costruisce un thriller che si muove pigramente in schemi consolidati, costruendo una storia che, estrapolata dal contesto specifico, assomiglia ad altre mille storie di genere.
Dopo una discreta partenza, infatti, i cliché prendono il sopravvento, rendendo il plot stanco e telefonato nonostante il tentato colpo di coda finale. Ma a penalizzare State of Play è soprattutto una certa tendenza ad allungare le sequenze, a caricarle di senso attraverso una gestione delle inquadrature inutilmente insistita, prolissa, che aggrava la pellicola di quei venti minuti di troppo che la privano di freschezza e agilità, depotenziandola e facendola implodere su se stessa.
A poco vale la pur discreta presenza scenica di Crowe, che controbilancia comprimari monodimensionali e privi di carisma (Affleck su tutti): così il film di McDonald, non riuscendo a eccellere in nulla, ma risultando mediocre in tutto, è destinato a far perdere le proprie tracce nel calderone dei thriller da videoteca.
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