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Spy Game Recensione

"Spy Game" recensioni

Scheda Film
Spy Game
Autore
anonymous
Data della recensione
2006-03-23 11:02:51
Provider
Cinematografo
Recensione

La Critica - Rassegna Stampa

"Letto come un'allegoria, peraltro non inedita, dei cari vecchi valori minacciati dal nuovo, questo 'Spy Game' che riunisce Robert Redford e Brad Pitt dopo il film che il secondo girò diretto dal primo, 'In mezzo scorre il fiume', può anche fare simpatia. Più complicato prenderlo alla lettera, perché mentre il navigato Redford prende tempo e racconta, sullo schermo sfilano in flashback il Vietnam, il Libano, la Germania del Muro e altre sanguinose bazzecole dell'ultimo trentennio, con tutto il loro peso di spettacolare sofferenza. Solo che la regia muscolare di Tony Scott tiene lo spettacolo e butta la sofferenza, riducendo pagine cariche di storia a semplice tela di fondo dell'avventurosa amicizia filiale fra quei due eroi biondi e belli. Guastata dalla pasionaria Catherine McCormack. Magari ci voleva una mano più ferma e insieme delicata, stile Pollack prima maniera. Mentre Tony Scott sciupa la bella occasione confermandosi re del cattivo gusto e del montaggio stile Mtv". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 14 dicembre 2001)

"'Spy Game' è un 'suspenser' a formula, imperniato sul carisma di star maschili di due generazioni, raccontato e diretto in stile vecchiotto (il che non è necessariamente un male): didascalie con indicazioni del luogo e dell'ora in cui si svolgono i vari frammenti dell'azione, alternanza fra stanze del potere e il posto dove un personaggio versa in pericolo di vita (...) A voler essere maliziosi, ma realistici, la struttura avanti-indietro nel tempo dipende da esigenze squisitamente divistiche: poiché le scene di Brad in galera non si possono moltiplicare più di tanto, la sceneggiatura lo manda a spasso (...)". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 16 dicembre 2001)

"Nella regia di Tony Scott, il fratello sciocco di Ridley capace però di centrare il bersaglio una volta su due, i 'film nel film' si sommano, non si fondono, ma ci si diverte nell'edificante vittoria dell'amicizia. Sulla parola 'fine' s'attende il bacio d'amore tra Bob & Brad". (Silvio Danese, 'Il Giorno', 21 dicembre 2001)

"Redford e Pitt, fascino a parte, hanno qualcos'altro in comune: la capacità di abbozzare sorrisi nelle situazioni più drammatiche. Bene interpretato ed ambientato, 'Spy Game'non può tuttavia avere l'effetto-rivelazione che 26 anni fa decretò il successo dei 'Tre giorni del Condor'. Nel suo genere resta un film di prima fascia, sebbene le premesse siano più intriganti e in netto contrasto con il finale". (Alfredo Boccioletti, 'Il Resto del Carlino', 16 dicembre 2001)

"'Spy Game' è un film adulto. Un bel giocattolone spionistico di quelli che si facevano una volta, con una trama comprensibile anche per chi non ha otto lauree in informatica & elettronica. La regia di Tony Scott (il fratello meno bravo di Ridley) è effettistica come sempre, ma non dà fastidio. Robert Redford è sempre un fuoriclasse e Brad Pitt è meno 'cane' del solito, anzi: è quasi bravo. In più, i due stanno davvero bene insieme. (...) Forse il film piace non solo per il meccanismo emozionante, che non annoia per la bellezza di 126 minuti, ma anche perché suscita bei ricordi: vedere Redford che, da dentro la Cia, lotta da solo contro la burocrazia dell'istituzione richiama alla memoria quel capolavoro che fu 'I tre giorni del condor' di Sydney Pollack. Inoltre, è toccante vedere in un cammeo David Hemmings, gli occhioni più spalancati della storia del cinema, rimasti indimenticabili dai tempi di 'Blow Up' e dei 'Seicento' di Balaklava". (Alberto Crespi, 'L'Unità', 14 dicembre 2001)

"Il cinema, si sa, è questione d'alchimia: quando gli ingredienti si amalgamano, il risultato funziona. Come in 'Spy Game', dove la regia virtuosistica di Tony Scott, fratello di Ridley, garantisce una confezione ultrasofisticata; dove la solida sceneggiatura di Michael Frost Beckner e David Arata scopre una a una le carte dell'intrigo come in una partita a poker giocata da professionisti; dove un attore della classe di Robert Redford ci offre la sua più bella interpretazione da anni, ben assortito con un ribellistico, incisivo Brad Pitt nella coppia classica (ma qui non banale) uomo maturo-uomo giovane. Per non parlare degli ottimi caratteristi e della qualità della troupe tecnica". (Alessandra Levantesi, 'La Stampa, 12 dicembre 2001)

"'Spy game' di Tony Scott, il fratello meno considerato di Ridley, è uno strano incrocio tra il genere classico spionistico e la commedia, come testimoniano sia la sceneggiatura brillante e in understatement, sia la struttura da commedia paradossale un po' come fosse un film Eagle degli anni '40, con un Alec Guinness aggiornato. (...) Quanto ai messaggi, il postino ci dice che anche negli agenti segreti ci vuole saggezza ed equilibrio, ma Scott dà la precedenza a un montaggio esagitato, in contrasto con le mosse ragionate del protagonista, di cui diventiamo tutti complici. Il tutto tra molti stereotipi, come la corsa delle auto nel mercato e qualche lentezza: ma resta il fatto che anche tra le spie, nessuno è perfetto". (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 15 dicembre 2001)

"Tra innumerevoli colpi di scena, battute di sorprendente ironia, belle donne di passaggio, musiche per una volta non frastornanti, le due ore volano con piacere. Nel cinema di spionaggio non bisogna stare troppo a sottilizzare sul perché e sul percome: non tutto è plausibile, ma ogni zona d'ombra è rischiarata dalla logica. Robert Redford, che agli intrighi della Cia è avvezzo fin dai tempi del memorabile 'I tre giorni del Condor', è ancora un numero uno e ci tiene a farlo sapere, dato che Pitt, pur precedendolo nell'ordine alfabetico, è costretto a reggergli lo strascico nei titoli. Le spettatrici che l'hanno amato scopriranno che tra i miracoli dei truccatori manca quello della giovinezza retroattiva: il Redford che si aggira sulle alture vietnamite non dimostra i sedici anni in meno attribuitigli dagli sceneggiatori. In compenso la prigione cinese è in realtà un castello di Oxford, il Marocco è stato trasformato in Vietnam e Libano e per finire Budapest è diventata Berlino. E poi dicono che il cinema non è finzione". (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 12 dicembre 2001)

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