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Copyright © Cinematografo 2007.
"L'applauditissimo 'Sicko' parte da un crudele paradosso (la salute negli Usa è al 37° posto nella classifica mondiale!) e ci ricama sopra con la veemenza che Moore, da bravo predicatore postmoderno, mette in tutti i suoi film. Con meno trucchetti di montaggio ed effetti di regia, stavolta, vista l'estrema delicatezza del tema, e più attenzione alle persone, anche se il dramma non esclude lo humour. (...) Uno sberleffo efficacissimo che More rischia di pagare salato. Poco male, diciamolo: dovessero espellerlo dagli Usa, ci sarebbe da fargli ponti d'oro perché venga a indagare un po' anche in Europa. Ne vedremmo delle belle." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 19 maggio 2007) "Applausi. Polemiche. Invettive. Michael Moore torna a puntare il dito contro la patria americana, mischiando verità e manipolazione, sentimento e rancore, idealismo e furbizia. In 'Sicko' il bersaglio è il sistema sanitario d'oltreoceano, che il ciccione col berrettino s'industria a crivellare per due ore a forza di interviste, riscontri statistici e azioni dimostrative in stile 'Le Iene' o 'Striscia la notizia'. (...) La vena smargiassa da predicatore populista tende all'iperbole e non si perita di strumentalizzare e/o spettacolarizzare il dolore altrui qualora serva alla causa: 'Sicko' può, allora, convincere quando ribadisce la vergogna dei profitti miliardari delle case farmaceutiche, ma anche far sorridere quando inneggia all'efficienza pubblica raggiunta in tema di malattia & cure da Canada, Inghilterra o Francia (perché non informarsi sull'Italia?). La missione cruciale del documentario riguarda inoltre Cuba, dove Michelone ha scortato un gruppo di traumatizzati dall'11 settembre: succede, così, che i martiri del terrorismo abbandonati a se stessi in Usa, nel paradiso di Fidel siano curati con il massimo della professionalità praticamente gratis. Moore spara nel mucchio e qualche preda sicuramente porta a casa, a cominciare dai politici come Nixon o Hillary Clinton che hanno promesso mirabilie senza mai attaccare sul serio le storture del capitalismo sanitario. Peccato che si lasci andare troppo spesso ai suoi umori manichei, come quando suggerisce che Kennedy abbia esagerato con Castro come Bush con Saddam." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 20 maggio 2007) "'Sicko' è un film super yankee, paradossalmente autoreferenziale, e funziona solo per un pubblico americano. Per noi europei, abituati alla malasanità nostrana, è divertente ma poco interessante. O meglio, lo è nella sua 'pars destruens', nel viaggio agli inferi della salute gestita delle compagnie di assicurazioni. Lì il film è tostissimo, documentato, travolgente. E sapere che è tutta colpa di Nixon, diciamolo, è una soddisfazione." (Alberto Crespi, 'L'Unità, 20 maggio 2007) "Del resto il tema, nello specifico l'aspetto aberrante dei profitti fatti dalle società di assicurazione sulla pelle dei malati, è particolarmente sentito e proprio negli Stati Uniti è spesso stato trattato dal cinema (vedi, ad esempio, i film 'Erin Brockovich', 'John Q','L'uomo della pioggia'). E proprio la parte del documentario dedicata alle malefatte delle assicurazioni risulta la meglio riuscita, anche perché l'assurdità del sistema che ne è alla base non ha bisogno, per essere stigmatizzata, né della solita ironia né dei toni demagogici tanto cari a Moore (e che pure non mancano). Per quanto amorale e disumano possa apparire, si è infatti di fronte ad un sistema sanitario privato il cui scopo principale non è quello di curare al meglio il maggior numero di malati, ma di spendere il meno possibile per massimizzare i profitti. Non meraviglia, quindi, come non si stanca di sottolineare Moore, che gli Usa siano al 37° posto nella classifica mondiale quanto a qualità dell'assistenza. (...) Il tutto grazie all'avallo e alle coperture ottenuti dalle varie amministrazioni succedutesi negli anni, a partire da quella Nixon che consegnò la sanità Usa ai privati. (...)Tra provocazioni, amaro umorismo e qualche forzatura, Moore coglie ancora nel segno, confermandosi come elemento disturbatore dell'establishment statunitense, dove di certo ha ben pochi amici. Pur con i suoi limiti, la pellicola è, dunque, un'inquietante denuncia delle colpevoli storture di un sistema che non riesce a proteggere i suoi membri più deboli, infischiandosene della solidarietà in nome del profitto." (Gaetano Vallini, 'L'Osservatore Romano', 1 settembre 2007)
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Abbattere il sistema
I limiti, gli scandali e l'inefficienza del sistema sanitario americano: dopo aver presentato alcune vittime delle assicurazioni – poco disposte a coprire le cure mediche, e molto abili nel trovare ragioni per respingere le richieste – Micheal Moore viaggia fra Canada, Gran Bretagna e Francia dimostrando i vantaggi di una sanità pubblica, e infine accompagna a Cuba alcuni volontari di Ground Zero, ammalatisi alle vie respiratorie; nell'isola caraibica troveranno, stupefatti, assistenza affidabile e gratuita.
La strada per la consapevolezza
Unico regista di veri e propri 'documentari-evento”, con Sicko Micheal Moore recupera un'idea del 1999 (originata dalla sua serie televisiva The Awful Truth), e affronta un'anomalia tutta americana che, all'occhio obiettivo, rivela e riassume le profonde contraddizioni dell'ultima superpotenza mondiale rimasta: così, le storie di falangi tagliate e mai più riattaccate, di ambulanze che presentano il conto, di uomini e bambini morti per capricci assicurativi, diventano il simbolo – ancor più assurdo in quanto vero – di un sistema votato al profitto e di un paese incapace di garantire il diritto primario alla salute. Sono racconti dolorosi e spesso struggenti, in cui Moore indugia sui volti, sugli occhi inumiditi e sulle espressioni di rabbia, nostalgia o incredulità; senza dubbio i suoi detrattori, da questo punto di vista, troveranno un terreno molto fertile e lo accuseranno di essere moralmente ricattatorio nonché malato di protagonismo. Ma dimenticano lo scopo di questo film, come dei precedenti: smuovere le coscienze, sfruttando ogni mezzo necessario. 'Che cosa siamo diventati?” – si chiede Moore nel corso della sua inchiesta, e la domanda cela un pacifico grido di guerra che vorrebbe scuotere dal torpore i suoi connazionali, accompagnandoli sulla strada di una nuova, rinnovata consapevolezza di loro stessi e delle loro potenzialità.
Armato della consueta ironia (nel suo significato più puro, 'dire il contrario di ciò che si pensa”), senza risparmiare le ennesime complicità fra poteri politici ed economici, egli scardina le logiche perverse delle compagnie di assicurazione e, durante le trasferte oltreoceano o oltreconfine, assume la prospettiva dell'americano medio, fingendo stupore e ignoranza di fronte alla validità dei sistemi sanitari pubblici, temuti perché – secondo una strategia della tensione tipica degli U.S.A., innescata dai conservatori – premessa ideale per il socialismo. Ancora una volta, dunque, il re è nudo; si spera che qualcuno abbia il coraggio di notarlo.
Una curiosità: fra i ringraziamenti contenuti nei titoli di coda (da seguire fino alla fine) compaiono anche Tim Burton, Hans Zimmer e il compianto Kurt Vonnegut.
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