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"È un piccolo film, 'Si gira a Manhattan' ('Living in Oblivion'); un film da stagione cinematografica pre-estiva (per quanto sia stato premiato ai festival di Sundance e di Deauville), povero e ingenuo. Il regista americano Tom Di Cillo lo aveva immaginato come un cortometraggio sui retroscena della lavorazione del suo primo film, 'Johnny Suede'; poi s'è ingolosito, ha conquistato Steve Buscemi per il personaggio del regista ha scritto una sceneggiatura abile, ha realizzato un film-sul-film, su come si fa il cinema, su quali conflitti, tensioni, segreti e ridicolaggini si nascondano dietro ogni inquadratura. Naturalmente, non è un'idea originale. Prima e dopo Fellini o Truffaut di 'Effetto notte', film simili sono stati girati a decine, risale alle origini del cinema il desiderio di raccontare agli spettatori anche le peripezie, la speciale schizofrenia, l'alchimia intossicata e insieme la camaraderie da soldati o da naufraghi, il legame da famiglia provvisoria che si condensano in una troupe al lavoro. Tra tanti film del genere, 'Si gira a Manhattan' somiglia soprattutto a 'Nel bel mezzo del gelido inverno' in cui Kenneth Branagh ha raccontato fatiche e felicità d'una messa in scena teatrale di 'Amleto' povera e provinciale, con una troupe di fortuna: i due film hanno analoghi difetti d'ingenuità, ma anche analoghi pregi di freschezza, entusiasmo, affetto, autoironia, grazia, sincerità. Hanno la forza d'esser fatti da gente che ama il proprio mestiere anche nelle avventure squattrinate o disperato; e sono spiritosi, divertenti". (Lietta Tornabuoni, 'L'Espresso', 6 giugno 1996)
"Nell'indovinata struttura drammaturgica di Di Cillo, nei primi due casi si tratta di sogni, uno in bianco e nero da cui Buscemi si risveglia strillandc "Non farò mai più un film a basso costo", l'altro a colori della Keener. La terza scena l'unica non sognata, è propric la ripresa di un sogno e a risolvere le cose sarà un surreale irrompere del reale nella finzione. Lo spunto è piccolo però la commedia ha una buona tenuta, Buscemi è ottimo gli altri bravi. E questa visione di una macchina cinema sgangherata e vitalissima sarebbe piaciuta a Fellini". (Alessandra Levatesi, 'La Stampa', 3 giugno 1996)
"Raccomandabile a chi bazzica a vario titolo l'ambiente del cinema, 'Si gira a Manhattan' è una commedia divisa in tre quadri: e naturalmente Di Cillo si diverte a mischiare i piani del racconto, passando dal bianco e nero al colore, dalla realtà al sogno, per meglio restituire l'atmosfera casinista e psicologicamente labile che avvolge le riprese di un dramma onirico intitolato 'Living in Oblivion'. Confuso e pretenzioso, 'il film nel film' è solo un pretesto per osservare la scena da vari punti di vista. (...) Realizzato a bassissimo costo, il film ha però il pregio di scherzare 'coi santi', compreso quel Quentin Tarantino che sembra essere diventato il padre putativo di ogni regista indipendente che si rispetti. Manca solo Samuel L. Jackson, altrimenti c'era tutta la sacra famiglia". (Michele Anselmi, 'L'Unità', 27 maggio 1996)
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