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"Il destino di De Sica si avvicina, per alcuni riguardi, a quello di Charlie Chaplin; come il maestro anglo-americano, terminata la lunga e bella favola dell'omino Charlot, non è rimasto in fondo che un raffinato e sensibile narratore, così il regista napoletano, passata la grande stagione del neorealismo e di Sciuscià, si limita a farci da tramite verso un mondo guardando con distaccata condiscendenza (...)." (Vice, Avanti!, dicembre 1967).
"Le sette storie appena ravvivate, qua e là da qualche trovata, compongono un film che non esce dal bozzettismo ed ha scopi esclusivamente commerciali. Discreta l'interpretazione." (Segnalazioni Cinematografiche, vol. 63, 1968)
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