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Sette Anime Recensione

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Scheda Film
Autore
anonymous
Data della recensione
2009-01-08 19:35:00
Provider
Cinematografo
Recensione
Giudizio: OOOOO   Traumatizzato da un terribile incidente d'auto che ha provocato la morte di sette persone, un esattore delle tasse (Will Smith) vuole redimersi salvandone altrettante. La scelta ricade su alcuni individui bisognosi di sostegno medico e dalla comprovata bontà. Ma sarà proprio una giovane cardiopatica (Rosario Dawson) a stravolgere i suoi piani e a riportarlo lentamente alla vita. Al suo secondo film americano - dopo l'acclamato La ricerca della felicità - Gabriele Muccino ritrova Will Smith in una parabola ambiziosa e cupa sulla forza del dolore e il significato della salvezza. Costruito come un vero e proprio giallo - Muccino gioca a carte coperte, e per tre quarti del film costringe il pubblico a seguire le mosse del protagonista senza esplicitarne il movente - Sette anime cerca di coniugare l'esistenzialismo di matrice europea con la sensibilità americana verso un cinema più esibito e spettacolare. Il regista romano rifiuta così ogni approccio emozionale e psicologico alla sofferenza preferendo raccontarne l'epidermide, le conseguenze determinate da una lacerazione interiore piuttosto che la lacerazione stessa. Consegnando però l'intimità all'azione, il dramma al melo-dramma (con inevitabile love story di sapore necrofilo), Muccino finisce per pervertire l'ordine simbolico del film, perché "usa" la storia e i suoi risvolti profondi in funzione dello spettacolo, non viceversa. Non sorprende dunque se la critica americana ha storto il naso parlando di religiosità new-age e intenti manipolatori: la spiritualità (e i supposti echi cristologici) rimane di facciata e temi delicati come il senso di perdita, il dono di sé, la compassione, vengono giocati su un piano puramente esteriore, come se bastasse un'espressione triste per parlare di tristezza e un'illuminazione tetra per comunicare l'abisso esistenziale. Così dopo il sorprendente esordio di due anni fa in terra straniera Muccino conferma i limiti di un cinema ancora troppo legato a un'estetica post-pubblicitaria, fatta di belle immagini, musica gradevole e poca sostanza. Non supportato nemmeno da Will Smith, in grande imbarazzo nei panni del samaritano che non vuole più vivere. Peccato per Rosario Dawson, l'unica che riesca a sembrare sincera anche quando prepara la parmigiana (sì, succede pure questo), e Woody Harrelson che spreca il suo talento nella parte di un pianista cieco ostinatamente buono e irrimediabilmente patetico.

Copyright © Cinematografo 2009.

Scheda Film
Sette anime
Autore
anonymous
Data della recensione
2009-01-09 10:01:09
Provider
Spaziofilm.it
Recensione

Sette nomi

Ben Thomas ha un segreto, e una enorme sofferenza che lo sta lentamente consumando dall'interno. Ma, soprattutto, Ben Thomas ha una lista di sette nomi: sono sette estranei, che non hanno nulla in comune né con lui né fra loro. Tutti, però, si trovano in grandi difficoltà e non hanno modo di migliorare la propria condizione. E tutti meritano aiuto.

Che cos'ha in mente Ben? E perché sembra agire secondo un disegno preciso?

I codici del melodramma

Un uomo devastato che imbocca la strada della redenzione, e sette vite sventurate meritevoli di aiuto: al suo secondo film americano Gabriele Muccino sembra aver assunto (definitivamente?) lo status di puro shooter, di regista mestierante che confeziona il prodotto con mano solida ma anonima, e di essere dunque sceso a inevitabili compromessi con le major hollywoodiane, rinunciando, così, alla fama di autore (seppure molto discutibile) che si era costruito in Italia soprattutto con L'ultimo bacio e Ricordati di me. Scelta comprensibile a dire il vero, sia perché gli ha aperto le porte a esperienze impossibili nel cinema italiano, sia perché nei copioni propostigli Muccino ha trovato alcuni elementi assimilabili alla sua poetica – se di poetica si può parlare – o comunque spunti narrativi sui quali sfogare il suo sguardo sentimental-patinato: in particolare Sette anime si rivela, di fatto, come una disperata storia d'amore dai toni fortemente melodrammatici, che sfrutta la professionalità dell'allestimento (oltre alle interpretazioni sofferte di Will Smith e Rosario Dawson) per muovere sentimenti, suscitare emozioni.

E senza dubbio ci si commuove di fronte alla sorte dei personaggi, se ne seguono le vicende con un certo trasporto emotivo ed è difficile sottrarsi al processo di empatia che, in quanto spettatori, ci coinvolge nei loro confronti. Ma la buona riuscita del meccanismo non può nascondere, poiché anzi la evidenzia, l'impressione che ogni momento di commozione sia estremamente pilotato, e che il film 'manipoli” (entro certi limiti, ovviamente) le reazioni emotive del pubblico: si piange 'a comando”, insomma, e Muccino è abile nel drammatizzare una sequenza o nell'inserire un flashback proprio nel punto giusto. Non è la sincerità degli autori a essere messa in discussione, quanto l'impiego razionale e opportunistico di certi espedienti, forse legittimi in quanto inerenti al codice linguistico del melodramma, eppure sempre un poco artificiosi per un occhio allenato. Peccato: la costruzione a puzzle della prima parte – che toglie ogni riferimento allo spettatore e lo immette nella storia direttamente in medias res – riesce infatti a stimolare la curiosità, anche se non è necessario un grande impegno per intuire quale sia la missione del protagonista.

Muccino, come già nel precedente La ricerca della felicità, abbandona quelle scelte formali che lo rendevano uno dei pochi registi italiani dotati di uno stile riconoscibile, e si adegua alla messa in scena hollywoodiana, rigorosa, efficace, priva di acuti tanto nella costruzione delle inquadrature, quanto nell'impiego delle musiche e della fotografia. Invisibile, si potrebbe dire.

E adatta alla natura 'media” di un prodotto come questo.

Copyright © Spaziofilm.it 2009.



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