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Sette nomi
Ben Thomas ha un segreto, e una enorme sofferenza che lo sta lentamente consumando dall'interno. Ma, soprattutto, Ben Thomas ha una lista di sette nomi: sono sette estranei, che non hanno nulla in comune né con lui né fra loro. Tutti, però, si trovano in grandi difficoltà e non hanno modo di migliorare la propria condizione. E tutti meritano aiuto.
Che cos'ha in mente Ben? E perché sembra agire secondo un disegno preciso?
I codici del melodramma
Un uomo devastato che imbocca la strada della redenzione, e sette vite sventurate meritevoli di aiuto: al suo secondo film americano Gabriele Muccino sembra aver assunto (definitivamente?) lo status di puro shooter, di regista mestierante che confeziona il prodotto con mano solida ma anonima, e di essere dunque sceso a inevitabili compromessi con le major hollywoodiane, rinunciando, così, alla fama di autore (seppure molto discutibile) che si era costruito in Italia soprattutto con L'ultimo bacio e Ricordati di me. Scelta comprensibile a dire il vero, sia perché gli ha aperto le porte a esperienze impossibili nel cinema italiano, sia perché nei copioni propostigli Muccino ha trovato alcuni elementi assimilabili alla sua poetica – se di poetica si può parlare – o comunque spunti narrativi sui quali sfogare il suo sguardo sentimental-patinato: in particolare Sette anime si rivela, di fatto, come una disperata storia d'amore dai toni fortemente melodrammatici, che sfrutta la professionalità dell'allestimento (oltre alle interpretazioni sofferte di Will Smith e Rosario Dawson) per muovere sentimenti, suscitare emozioni.
E senza dubbio ci si commuove di fronte alla sorte dei personaggi, se ne seguono le vicende con un certo trasporto emotivo ed è difficile sottrarsi al processo di empatia che, in quanto spettatori, ci coinvolge nei loro confronti. Ma la buona riuscita del meccanismo non può nascondere, poiché anzi la evidenzia, l'impressione che ogni momento di commozione sia estremamente pilotato, e che il film 'manipoli” (entro certi limiti, ovviamente) le reazioni emotive del pubblico: si piange 'a comando”, insomma, e Muccino è abile nel drammatizzare una sequenza o nell'inserire un flashback proprio nel punto giusto. Non è la sincerità degli autori a essere messa in discussione, quanto l'impiego razionale e opportunistico di certi espedienti, forse legittimi in quanto inerenti al codice linguistico del melodramma, eppure sempre un poco artificiosi per un occhio allenato. Peccato: la costruzione a puzzle della prima parte – che toglie ogni riferimento allo spettatore e lo immette nella storia direttamente in medias res – riesce infatti a stimolare la curiosità, anche se non è necessario un grande impegno per intuire quale sia la missione del protagonista.
Muccino, come già nel precedente La ricerca della felicità, abbandona quelle scelte formali che lo rendevano uno dei pochi registi italiani dotati di uno stile riconoscibile, e si adegua alla messa in scena hollywoodiana, rigorosa, efficace, priva di acuti tanto nella costruzione delle inquadrature, quanto nell'impiego delle musiche e della fotografia. Invisibile, si potrebbe dire.
E adatta alla natura 'media” di un prodotto come questo.
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