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"Cinica e profetica commedia di Barry Levinson, che inventa una storia ai limiti del grottesco con largo anticipo sull'affare Lewinsky: come dire che la fantasia corre ben più veloce della realtà. La pungente satira ogni tanto va sopra le rihe, ma lascia comunque il segno. Merito anche dei due divertiti primattore; gli impagabili ciarlatani Dustin Hoffman e Bob De Niro". (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 1 maggio 2002) "Per renderla concreta sullo schermo tv, il maneggione sollecita la collaborazione del produttore hollywoodiano Dustin Hoffman, che mette in atto le sue sorprendenti risorse. A forza di effetti speciali si crea la scena di una ragazza in fuga sullo sfondo di un inesistente paese bombardato; il musicista country Willie Nelson riscalda i cuori con inni e canzoni patriottarde e infine salta fuori un vero pazzo e finto eroe, Woody Harrelson, che muore proprio al momento giusto perché se ne possano celebrare i solenni funerali. Il bidone elettronico funziona, il Presidente puttaniere diventa il salvatore della patria e tutto finirebbe in gloria se a Hoffman non bruciasse troppo che quel suo capolavoro produttivo resti anonimo. L'implacabile finale rende più aspra la denuncia di un film imperfetto e tuttavia memorabile, in cui Levinson con l'occhio a Stranamore di Kubrick conferma la predilezione per i modi della satira al vetriolo, già presenti in 'La seconda guerra civile americana'. In coppia De Niro e Hoffman, il gatto e la volpe, fanno faville." (Tullio Kezich, 'Il Corriere della Sera', 11 aprile 1998) "Tutto perfetto, tutto studiato nei minimi dettagli. Con il testo di Mamet che inventa ad ogni passo le situazioni più graffianti e sciorina dialoghi svelti e secchi che fulminano. Con la regia di Levinson che, sia nelle finte scene di guerra sia nel modo con cui l'America le accoglie, scrive pagine di fuoco, trascinanti, coinvolgenti: specie quando, in sordina, le attraversano i sarcasmi più feroci. I due mostri sacri al centro fanno il resto. Spesso con l'aria di dire: è una finzione, ma chi vi dice che non possa diventare verità? E non solo per il sexy-gate (che si è verificato) ma per tutte le mistificazioni tv." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 12 aprile 1998) '''Sesso e potere' non è il dottor Stranamore: parte da un'idea forte anche se non nuovissima (ricordate 'Capricorn One', dove si immaginava una spedizione su Marte simulata da una base nel deserto americano?) e la tira (con divertimento, qualche momento ripetitivo e una regia non propriamente esaltante) fino all'estremo sviluppo possibile. Ma De Niro e Hoffman - taciturno e freddo il primo, eccitato e loquace il secondo - intrecciano un duetto strepitoso, e la sceneggiatura firmate da David Mamet e Hillary Hankin, si fa allegramente beffe della cultura e dei miti patriottici americani, con la complicità di un vecchio eroe della musica folk come Willie Nelson che incarna se stesso e compone la canzoncina strappa lacrime destinata ad accompagnare il ritorno dello pseudoeroe. In America il film si è beccato l'accusa di cinismo. E lo si capisce. La satira fa male, e gli americani non amano forse sentirsi dire sulle loro guerre le cose poco lusinghiere che dice il gelido ma lucido De Niro." (Irene Bignardi, 'la Repubblica', 10 aprile 1998)
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