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"E sebbene 'Senza tregua' sia, di gran lunga, il film meno riuscito di Woo, i pregi e le originalità del suo modo di accostarsi al cinema hollywoodiano sono evidenti, paradossali. Basti pensare all'insistito feticismo (tipicamente americano) con il quale intossica i corpi e gli oggetti (armi, pistole, elicotteri, automobili) sottraendo senso - come si suol dire - anche al fisico di Van Damme, inespressivo fino all'inverosimile e reso macchina pulsante, congegno micidiale, meccanismo inumano. Basti pensare al modo con il quale modella il film in direzione del western anacronistico e minuziosamente iconoclasta (non mancano insegnimenti, cavalli, frecce incendiarie). Basti pensare, infine, a come confeziona l'intero manufatto riuscendo a straniare, scomporre o a mantenere in surplasse perfino gli elementi più clamorosi d'ogni film d'azione che si rispetti: esplosioni, massacri, omicidi, fuochi, efferatezze e colpi bassi." (Fabio Bo, 'Il Messaggero')
"John Woo, in fatto di cinema angosciante, sa il fatto suo, ogni elemento, così, ogni tema sono indirizzati a climi scopertamente mozzafiato, con ritmi che rifiutano la sosta e con immagini che, specie in un finale nel sangue ambientato in un deposito di maschere per il carnevale, si affidano ad una fantasia barocca di effetto quasi prezioso anche se l'argomento sono solo sparatorie e corpo a corpo all'insegna del kung fu. Tutto gonfio, tutto esasperato, ma come cinema dell'urlo ('l'urlo di Chen'...). non si poteva andare oltre. Sostiene quasi per intero il peso di questi furori al diapason, l'interpretazione, anzi, l'esibizione costante del belga Jean Claude Van Damme, intento, con quella sua solita aria da damerino con grinta, per metà culturista, a imitare con successo tutti i Rambo di Hollywood. Qualche volta ferito (a differenza dell'invulnerabile Sylvester Stallone), ma alla fine sempre clamorosamente vincitore." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo')
"Nonostante la scenografica ambientazione in un'inedita New Orleans e il virtuosismo esasperato con cui la macchina da presa scompone e ricompone i movimenti dei corpi, 'Senza tregua' assomiglia a uno dei tanti film karaté prodotti in Usa, privo com'è di suggestioni narrative e con interpreti troppo inespressivi. Però, davanti alle piroette e ai volteggiamenti, le scene di lotta orchestrate come un balletto, i ralenti e le sospensioni temporali, i 'Cahiers du Cinéma' si sono estasiati (non si vive mai tranquilli) e hanno scritto: 'Una maniera di fare violenza che oscilla fra l'epopea e il montaggio analogico, fra Omero e Godard'." (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 22 novembre 1993)
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