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Le trombe dell'apocalisse
In una scuola di Lexington, nel Massachusetts, si avvicina un giorno atteso da cinquant'anni: mezzo secolo prima, gli alunni di quello stesso istituto avevano sepolto una capsula temporale, destinata a essere riaperta esattamente cinquant'anni dopo, quando il suo contenuto - disegni nei quali i bambini immaginavano il futuro - sarebbe stato consegnato alla nuova generazione di studenti. Ma con la riapertura della capsula, viene dissotterrato anche un segreto inquietante. Il piccolo Caleb Koestler, invece di un disegno, riceve infatti un foglio sul quale un'alunna, Lucinda, aveva tracciato una lunga sequenza di numeri apparentemente senza senso. Sarà John, il padre di Caleb, rimasto solo con il bambino dopo la morte della moglie, a scoprirne il significato: i numeri indicano la data e il luogo delle maggiori sciagure del mezzo secolo appena trascorso, e ne preannunciano di nuove... l'ultima delle quali ha proporzioni apocalittiche.
Per John, professore di astrofisica al MIT, è giunto il momento di mettere in discussione le sue convinzioni scientifiche...
Nulla accade per caso?
C'è qualcosa di piacevolmente demodè in un film come Knowing, intriso di atmosfere e soluzioni narrative in buona parte tipiche del cinema anni Novanta, tra X-Files e i kolossal fanta-catastrofici. Certo quest'ultima pellicola di Alex Proyas gioca su una scala più ridotta (da "blockbuster di serie b" per usare un ossimoro), e amalgama le sue due anime - mystery e catastrofica - traslando gradualmente dall'una all'altra, di pari passo con l'indagine del malinconico eroe Nicolas Cage, maschera addolorata ma poco espressiva di un padre rimasto solo con il suo bambino. Proprio la tenerezza di questo rapporto, unito al clima di tensione e mistero che si respira nella prima parte del film, è il punto forte di Knowing, che però non evita di sgonfiarsi e perdere attrattiva mano a mano che ci si avvicina al finale, quando giunge il momento di sciogliere l'enigma e chiudere la vicenda.
Proyas, dal canto suo, ha di sicuro il talento per lo spettacolo e lo dimostra girando con solido mestiere (e anche qualcosa di più: si veda il piano sequenza dell'incidente aereo), ma nulla può per risollevare una storia che sa troppo di pastiche, divisa com'è fra suggestioni messianiche, millenarismo, astrofisica spiccia, riferimenti biblici e un certo misticismo interplanetario che fa tanto new age, seguendo la filosofia tutta hollywoodiana del "nulla accade per caso"; e in fondo, anche il lieto fine mancato non sorprende più di tanto.
Peccato, perché la confezione è buona e la fotografia di Simon Duggan valorizza al meglio le scene diurne, avvolgendole in una luce calda e solare che suggerisce lo stato della quiete prima della tempesta. Ma rimane un prodotto che si consuma e dimentica alla velocità della luce, e che in definitiva non è in grado di suscitare un vero interesse.
Scritto, oltre che da Ryne Douglas Pearson (anche autore del soggetto), da Juliet Snowden e Stiles White, gli stessi di Boogeyman e del prossimo remake de Gli uccelli.
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"Piacera a un pubblico più vasto di quello che si potrebbe prevedere data la trama, i protagonisti, il pretesto drammatico (i disegni della piccolina) che sembra riecheggiare una narrativa fantasy ormai archiviata (quella degli anni Cinquanta). E invece il film funziona. Non mi meraviglio che abbia avuto un grosso successo in America. Nella graduatoria dei meriti per l'hit un buon posto lo merita il regista Alex Proyas. Proyas e quello di 'Io robot' con Will Smith. (...) Qui il pastiche gli e riuscito. O c'e andato vicino. L'odissea di Cage e percorsa da una sottile angoscia che più o meno ci attanaglia tutti: l'incertezza del futuro, l'incubo quotidiano di una notte che può calare su di noi da un momento all'altro. Eppoi i botti, le catastrofi che la macchina da presa riesce a far sembrare dannatamente vere." (Giacomo Carbone, 'Libero', 4 settembre 2009) "Godetevi come tutto ciò si esalti nel gusto visionario di Alex Proyas, al quale siamo gia debitori del primo 'Corvo' e del gioellino 'Dark City'. Sfiora il ridicolo cosmico, poi lo evita in accelerazione. Ci scalda lo sguardo con retoriche e arredi di famiglia, poi da fuoco a brutti incubi e agli aceri del Massachusetts. «Ai numeri si può far dire tutto» sentiamo proclamare a zonzo tra Pitagora e cabala. Anche al cinema, se si riesce a vincere la sfida con(tro) effetti speciali e Profezia. Proyas trova gli oblò e i tempi giusti per presentarsi all'incontro ravvicinato con Spielberg. Dove Cage, babbo ateo con padre religioso, cade in ginocchio di fronte all'unico dio possibile in un film dove fanta(sia) e scienza decollano unite." (Alessio Guzzano, 'City', 18 settembre 2009) "Gia in 'Deep Impact' la vita sulla Terra s'estingueva, con rare eccezioni. In 'Segnali dal futuro', dove accade di peggio, tutto si basa su un eccezionale colpo di sfortuna: una bambina riceve nel 1959 la rivelazione di molte disgrazie non ancora avvenute e soprattutto dell'ultima, ma il foglio dove scrive l'elenco finisce in una teca da aprirsi solo nel 2009, quando migliaia di persone sono morte e tutte le altre stanno per morire. Nicolas Cage - fisico vedovo e con un figlio sordastro - e più credibile che la soluzione dell'arcano." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 18 settembre 2009)
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