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'Caratteri appena sbozzati (anche quando si vorrebbero complessi), personaggi quasi soltanto dimostrativi delle tesi; con scarse incidenze narrative e, in molti snodi, anche psicologiche. Dal punto di vista del linguaggio, tuttavia, si ritrova ancora il segno del Lumet migliore: specie quando la fotografia del grande David Watkin fascia tutta l'azione di colori asettici, con bianche dominanti ospedaliere. Il protagonista è James Spader, il suo superiore avido è Albert Brooks. Un contrasto forte, anche nei modi di recitazione.' (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 5 giugno 1998)
'A 40 anni da 'La parola ai giurati', dopo aver firmato opere di grande impegno civile come 'L'uomo del banco dei pegni' e 'Quinto potere', Lumet immerge un best-seller di Richard Dooling in una soluzione acida di temi esistenziali, humour e pessimismo. Ne esce un film estremamente serio, importante, che, a differenza delle commedie, proietta il binomio denaro-morte in una dimensione essenziale, e - anche per effetto della fotografia - quasi metafisica. Sul cinismo dei medici e sulle figlie avvoltoio che volteggiano sopra il letto d'un miliardario in coma irreversibile si ride dunque a denti stretti, salvo poi gelare al pensiero che nelle loro miserie si riflettono anche le nostre contraddizioni.' (Alfredo Boccioletti, 'Il Resto del Carlino', 31 maggio 1998)
'Magari in Italia il servizio sanitario nazionale non ancora del tutto smantellato potrà far guardare 'Se mi amate...Critical Care' come la denuncia d'un fenomeno remoto, esotico: ma anche da noi la medicina privata non è poi troppo diversa, e già un gruppo di medici del Policlinico di Milano ha denunciato gli eccessi di razionalizzazione organizzativa, di standardizzazione di redditività economica che a danno dei pazienti tagliano costi, tempi, degenze, esami, ricoveri, prestazioni mediche. Un merito del film sta nell'affrontare il tema nei toni della commedia: però con una tale efficacia che, forse, chi direttamente o indirettamente ha problemi di salute farebbe meglio ad astenersi.' (Lietta Tornabuoni, 'L'Espresso', 11 giugno 1998)
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