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Essere writer
Nella Roma notturna, come sempre Pierpaolo lascia il suo 'tag ', il suo nome, sui muri di un palazzo. Casualmente incontra Sole, una ragazza confusa e insofferente alla vita, in cui si sente intrappolata: sebbene all'inizio diffidino di lei, i Civil Disobedience – di cui Pierpaolo fa parte – la coinvolgono nelle loro scorribande fatte di bombolette spray, scontri e fughe. La ragazza è sempre più affascinata dal mondo dei writer nonché da Alex, i cui graffiti sono imbattibili, e i due, nemmeno a dirlo, si innamorano. Come non ferire Pierpaolo, migliore amico di Alex e deciso a conquistare Sole a ogni costo? In una notte rocambolesca, i due amici e la ragazza che ha fatto breccia nei loro cuori si trovano di fronte a sé stessi, e a quello che provano l'uno per gli altri.
Esistere in un segno
Scrivilo sui muri di Giancarlo Scarchilli è uno di quei film che mettono profondamente a disagio per il poco cinema che scorre nei fotogrammi: l'idea di partenza, a dire il vero, non è male, ed è nata – come afferma il regista – 'dal desiderio di indagare sul mondo invisibile dei writer. Tutti vedono i loro segni, ma nessuno sa chi c'è dietro… i loro segni non sono altro che grida dell'anima, la sintesi di una società e di una cultura dove se non appari e non lasci un segno visibile di te, non esisti. (…) Il mondo dei writer è il contesto, lo sfondo nel quale si svolge la storia. La cosa che più mi preme è raccontare lo smarrimento dei ragazzi che vedono sempre più come punto di riferimento l'amicizia e l'amore, e non la famiglia e la società”
Eppure l'intreccio, banale anche nei risvolti 'sociologici”, tradisce ogni intento iniziale, e la buona volontà del regista non è sufficiente a smorzare passaggi narrativi grossolani e vuoti di sceneggiatura. Scrivilo sui muri non è davvero un film riuscito, e questo perché non ha abbastanza coraggio. A dispetto della tematica 'contro”, la pellicola si rifugia in binari registici ovvi e tranquillizzanti che poco dicono sull'effettivo disagio giovanile, tanto caro a Scarchilli; l'amore, l'amicizia, il senso di appartenenza, le gag prevedibili e i personaggi al limite della macchietta impediscono di affrontare con serietà lo sbando di adolescenti che, a ben vedere, sono soli, maltrattati e senza punti di riferimento. Non è il turbamento dei ventenni il fulcro della pellicola, ma il commento bonario che se ne dà. La distanza tra l'oggetto e il suo trattamento è sconfortante e non c'è approccio pseudo-realistico, condito da qualche parolaccia, in grado di riscattarla: diciamoci la verità, in fondo rasserena sapere che sono sufficienti gli amici e l'amore per superare difficoltà gravi e angosce pericolose, tutto sommato mette a posto la coscienza e fa piazza pulita di ogni responsabilità.
Perché non osare di più, invece che delegare al triangolo amoroso la funzione di fare luce sui giovani abbandonati a sé stessi? Perché non proseguire su quelle tracce, appena accennate e di notevole interesse, sul decalogo dei writer? Perchè lasciarsi fuorviare dal sentimentalismo a tutti i costi? Perché tacere sulle conseguenze di un accoltellamento stupido? Il risultato di questi interrogativi senza risposta è un film adolescenziale che pare poco sincero, fin dall'inizio. Artefatto è truccare di verisimile un chiacchiericcio grondante di luoghi comuni, inutile è abbozzare e suggerire senza andare mai a fondo, rimanendo al sicuro in superficie. Forse, gli occhioni sgranati di Cristiana Capotondi (ormai vicina ai trenta, ma perennemente alle prese con dubbi e confusioni da diciottenne), le faccette di Ludovico Fremont e il romanesco strascicato di Mattia Braccialarghe possono entusiasmare un pubblico inesperto, ma per spettatori maturi non c'è scampo.
Nulla da ricordare; anzi, forse si: le interpretazioni imbarazzanti della maggior parte degli attori, i falsi colpi di scena e lo scontato happy end che si subodora fin dalle prime battute.
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"Fra murales, graffiti, treni, raid, risse, emozioni e attrazioni fatali, Scarchilli con 'Scrivilo sui muri' porta al cinema la cultura dei writer dei ghetti Usa. Una commedia giovanilistica e sentimentale girata in modo convenzionale, che non riscrive la storia del cinema, ma ci ricorda come l'urgente bisogno degli adolescenti di esprime creatività e disagio, si sia trasformato in desiderio di uscire dall'anonimato. E che la parola legge sia diventata sinonimo di opinione." (Roberta Bottari, 'Il Messaggero', 21 settembre 2007) "Il regista e sceneggiatore Giancarlo Scarchilli, autore di racconti e poesie, è stato il collaboratore più stretto - cinematografico e teatrale - di Sergio Citti e Vittorio Gassman prima di girare documentari, pubblicità e altri due film. La sua curiosità per la sottocultura giovanile appare pretestuosa, un inseguimento del nuovo filone adolescenziale di successo. Di cui utilizza alcuni attori emergenti, Elisa in colonna sonora (che c'entra con la musica hip-hop e techno dei writers?), la formula amicizia-amore. Quanto serve per la co-produzione della major statunitense e l'annunciata uscita in 350 copie." (Federico Raponi, 'Liberazione', 21 settembre 2007) "Con la scusa sociale di una storia sui writers, quelli degli italian graffiti, il regista Giancarlo Scarchilli, già aiuto di Citti e responsabile dei 'Fobici', mescola il realismo sub metropolitano con la solita molesta storiellina d'amore da notte prima degli esami, con la Capotondi indecisa tra alcuni writers. Le generazioni non s'intendono, la civiltà è cattiva e gli uomini indecisi a tutto. Il film, di una povertà di scrittura non calcolata né pasoliniana (oltre alle solite zeta al posto delle esse, gli attori un po' meglio) è, in notturna, un'offerta speciale di luoghi comuni contrabbandati col gusto dell'inchiesta, mentre si tratta solo di ripercorrere quei facili binari sentimentali che stanno facendo crollare all'estero il cinema italiano. Speriamo non lo veda Tarantino, potrebbe ricredersi in peggio. Dispiace sempre la rappresentazione obbligatoria di una generazione ai minimi storici di quota di gusto e di intelligenza." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 21 settembre 2007) "Piaccia o infastidisca, la cultura spontanea dei graffiti metropolitani che affrescano muri e vagoni ferroviari è roba seria, qualcosa con cui fare i conti: meglio ancora, da capire. Niente di tutto questo nel film di Scarchilli, che la usa solo come pretesto per inscenare un amoretto (blandamente) contrastato." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 21 settembre 2007) "Non bisogna considerare il film come un piccolo trattato di sociologia, bensì come una commedia sentimentale e giovanilistica, diversa e simile a quelle che stanno sbancando il botteghino, da 'Notte prima degli esami' a 'Tre metri sopra il cielo'. E' il genere cinematografico a dettare la legge e a imporsi anche sopra i buoni propositi." (Dario Zonta, 'L'Unità', 21 settembre 2007)
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