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"Scusi, dov'è il west? Se lo (ri)chiedono imperterriti, frustati bambinoni newyorkesi che vorrebbero ridiventare uomini veri tra cactus e praterie, tre cow-boy yuppies, già in fuga dalla civiltà nel primo episodio (fortunatissimo) di 'Scappo dalla città'. Ma se nel buffo prototipo prevaleva l'excursus ecologico e la satira sulla crisi dei valori americani, qui ci troviamo nell'ovvia ripetitività del cliché, tipica d'ogni sequel scaltrito. Daniel Stem, Billy Crystal e suo fratello (un mite buono a nulla che imita i villain de 'Il padrino 2' stavolta partono non alla ricerca di se stessi ma del tesoro perduto (lingotti) secondo le indicazioni d'una mappa trovata per caso. (...) Ma beffati nell'intelligenza sono anche gli spettatori che, con un espediente da telenovela, si vedono riproporre anche Jack Palance (morto nel primo episodio, con il quale vinse l'Oscar '91), nel ruolo del fratello-gemello del defunto. L'espediente sarebbe un perdonabile peccato veniale se la regia ingranasse: invece la prevedibilità incalza, interrotta solo da qualche passabile spiritosata spiccicata da Billy Crystal." (Fabio Bo, 'Il Messaggero', 16 Novembre 1994)
"In un certo qual senso anche 'City slickers II: the legend of Curly's gold' si affida ai minorenni di umore e di spirito, che desiderino ridere e sorridere sulle consuete nevrosi americane, sui risvolti psicanalitici e/o edipici di famiglia, sulla manichea contrapposizione tra rustici cow boy e imbranati nuovayorkesi, sui richiami cinefili alla 'Sierra Madre' e al 'Padrino'. Il film che è registicamente anonimo e ripetitivo nel taglio delle inquadrature, senza luce e senza slanci, prende quota nella spiritosa sceneggiatura firmata da Lowell Ganz, Babaloo Mandell e dallo stesso protagonista Billy Crystal, che è anche coproduttore. (...) Si stempera, rispetto al primo film, la polemica ecologica, mentre la regia dichiara esplicitamente, nonostante l'atmosfera western, trattarsi di una extravaganza con facoltà di satira sui modelli di vita americani. Alcuni dei quali, vedi gli esecrabili telefonini che suonano sempre al momento sbagliato, riguardano ormai anche noi, mentre i tre amici nemici si lanciano promesse fedeli e minacce degne dei cartoni animati. Ma non c'è niente di peggio di un regista che vorrebbe diventare John Landis senza averne i cromosomi di cinematografica follia." (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 14 Novembre 1994)
"Il primo film lo aveva diretto Ron Underwood che, nella descrizione di quel gruppo di insoliti turisti quasi tutti coetanei, si era anche divertito ad abbozzare una parodia del 'Grande freddo', questo secondo lo dirige un regista televisivo inglese, Paul Weiland, anche questa volta, però, seguendo le tracce di un testo scritto a quattro mani da una delle coppie di sceneggiatori più spiritose di Hollywood, Lowell Ganz e Babaloo Mandel cui si debbono, fra gli altri, 'Parenti, amici e tanti guai' e 'Splash, Una sirena a Manhattan': ogni situazione perciò ha un suo gusto, ogni soluzione ha un suo sapore, con un'aria continua di beffa che serpeggia lungo tutto il film e non solo al momento di tirarne furbescamente le somme. Gli interpreti seguono con allegra baldanza, secondo gli schemi festosi già sperimentati l'altra volta, soprattutto il protagonista, Billy Crystal, con la sua consueta faccetta buffa sempre atteggiata ai più mentiti candori. C'è anche Jack Palance, che nell'altro film era morto, ma non è un fantasma, è il fratello gemello del defunto, e tra i nuovi c'è Jon Lowitz, come fratello minore del protagonista: in America, appena vedono la sua faccia in Tv, cominciano a ridere." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 15 Novembre 1994)
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