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"'Scandalo Blaze' è invece tratto dai capitoli centrali dell'autobiografia, pare altamente raccomandabile, della ragazza del West Virginia (ancora ben viva e presente nel film in una piccola parte) che intrecciò una spregiudicata relazione con un uomo pubblico oltre 30 anni più vecchio di lei. La impersona con pimpante aggressività l'oriunda serba Lolita Davidovich, che forma con Newman un duetto intonato e pungente. Scritto e diretto dal promettente Ron Shelton di 'Bull Durham', percorso da musiche che fanno tanto vecchio Sud, il film affronta una situazione scabrosa con divertito immoralismo in un quadro ricco di acute notazioni sociologiche. Appartiene infatti al genere 'All American' che piace soprattutto in un'Europa, come dimostra la scarsa fortuna nella corsa all'Oscar: solo una nomination per la fotografia, per altro splendida, di Haskell Wexler." (Tullio Kezich, 'Il Corriere della Sera', 2 Marzo 1990)
"'Blaze' è un film dignitoso, inerte e poco riuscito con molte qualità. Vanta una puntigliosa ricostruzione d'epoca, cui danno un efficace contributo una suggestiva colonna musicale e la fotografia di Haskell Wexler. C'è la presenza di Paul Newman (1925), ormai passato ai ruoli di grande caratterista, che s'è assai divertito nella composizione di questo clown della politica che fa l'amore con gli stivali per spingere meglio, ma gli è da meno Lolita Davidovitch che, come il suo personaggio esige, sa unire sessappiglio e tenerezza, dubbia moralità e intrepida dignità. In questo film sul declino -sessuale, politico, personale- di un uomo, che pur non manca di gustose notazioni sul trapasso di un'epoca, manca qualcosa: una vera necessità drammatica. Basta confrontarlo con un film che aveva un argomento simile: 'L'ultimo urrà' (1958). Ma era diretto da John Ford." (Morando Morandini, 'Il Giorno', 4 Marzo 1990)
"La regia, cercando di equilibrare questi scompensi, vi riesce solo a metà, ma arriva comunque a delle pagine tese (quelle, appunto, della lotta politica e, pur un po' retoriche, quella della campagna elettorale con il finale in gloria poi concluso in mestizia) che, nonostante un certo disordine narrativo, si possono accettare senza troppe riserve. Il merito maggiore, però, ce l'ha Paul Newman costretto, per la prima volta nella sua carriera, in un personaggio di anziano spesso autoritario e incisivo ma non di rado anche tremulo, esitante, con un viso devastato e un'andatura incerta e quasi goffa delle infermità e una vecchiaia ricostruite con realismo, senza una nota stonata. Solo vamp invece, al suo fianco, Lolita Davidovich affidata unicamente a un cliché. Ma la vera Blaze Starr che passa un momento nel film, in un'apparizione quasi fulminea, non risulta molto diversa da lei." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 17 Febbraio 1990)
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