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Attori 'antagonisti”
Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, coppia celebre nella vita oltre che sullo schermo, erano stati due divi di quel cinema dei 'telefoni bianchi” che il fascismo aveva incoraggiato, incarnando quasi sempre personaggi riprovevoli che avevano eco nella spregiudicatezza della loro vita privata. Cominciarono entrambi da ruoli secondari e, quando conquistarono quelli principali, furono molte volte ruoli da antagonisti: Valenti relegato al ruolo del villain, la Ferida a quello della fedigrafa, dell'amante o, all'opposto, della vittima di un destino avverso. Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, quando il Paese si spaccò in due e i tedeschi da alleati si trasformarono in esercito d'occupazione, i due attori risalirono al Nord e aderirono alla Repubblica di Salò, ultima incarnazione della follia di Mussolini. Si stabilirono prima a Venezia, dove girarono fortunosamente qualche film, poi a Milano insieme a una banda di torturatori, dedita ai traffici sporchi. Consegnatisi ai partigiani pochi giorni prima della Liberazione, i due negarono ogni addebito, ma il Comitato di Liberazione pretese una punizione esemplare…
Abbiamo fatto giustizia?
Partendo da un modo di dire siciliano 'Sancupazzu”, indicante uno spirito indisciplinato, eccentrico e incontrollabile, che fa da sfondo tematico all'intero film, Marco Tullio Giordana ricostruisce, con qualche licenza poetica, la tragica vicenda di due attori ben presto dimenticati del nostro cinema. Com'è noto, cinque giorni dopo la Liberazione di Milano, vennero trovati in via Poliziano i corpi senza vita di Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, giustiziati poche ore prima da un gruppo di partigiani. Durante la loro breve detenzione nessuno si presentò a scagionarli, nessuno formalizzò soprattutto un'accusa precisa. Più che contestazioni di fatti o testimonianze oculari, furono decisivi altri elementi, come l'alone mitico negativo che si erano creati intorno. Valenti e Ferida avevano prestato il loro fascino al Regime, aderito a Salò, collaborato con i tedeschi, lucrato al mercato nero. Si erano sempre comportati al di sopra di qualsiasi legge, contraddicendo ogni buonsenso e decenza, perfino orgogliosi della loro dubbia fama. Che lo avessero fatto per narcisismo o leggerezza poco importava. Dovevano pagare, essere di esempio per tutti. Da questo punto di vista erano bersagli perfetti, 'colpevoli” ideali.
Il film di Giordana non sembra però emettere giudizi, anzi, lascia aperti ampi spazi di riflessione e non fornisce alcuna risposta definitiva. Semmai pone degli interrogativi, come quello che avanza nella sequenza dell'esecuzione finale di Luigi Lo Cascio, in un piccolo ruolo da 'giustiziere” partigiano (che proprio per questo carica di senso la scena), il quale dopo aver sventagliato la mitraglietta sui corpi dei due attori, domanda a 'Vero”, comandante della brigata, se abbiano realmente fatto la cosa giusta.
Questo finale è sicuramente indicativo del fatto che il regista milanese sia una persona coraggiosa. Dopo aver diretto film dall'evidente marchio di impegno sociale, da I cento passi a La meglio gioventù, rischia adesso di essere considerato come uno dei peggiori revisionisti della Resistenza. Cosa ne penserà infatti di Sanguepazzo quella parte politica che lo ha sempre sostenuto? Forse gli intenti di Giordana vanno oltre i fatti raccontati che possono risultare sgraditi a qualcuno. Si vuole in fondo ristabilire la verità e raccontare di un popolo, quello italiano, pronto a idolatrare così come a distruggere con la stessa facilità i suoi stessi miti. Allora come oggi e in più di un'occasione solo sulla base di calunnie e non di fatti. In più c'è il mondo del cinema, da sempre strumento potentissimo di fascinazione (e figuriamoci ai tempi del regime), che imbriglia, fino ad inghiottire, i due protagonisti. In quelle pellicole rassicuranti e perbeniste loro avevano sempre recitato la parte dei cattivi, turbando l'Italietta piccolo-borghese e non si esclude che alle dicerie che li rovinarono abbiano contribuito proprio i film che ne fabbricarono la leggenda.
Sanguepazzo è anche un film che mette in crisi l'idea che possa esistere una memoria condivisa. La memoria si può condividere se generata da esperienze analoghe, ma non può essere imposta per decreto. La memoria è un territorio complesso dove ogni filo d'erba, ogni granello di sabbia è diverso dall'altro e genera patrimoni emotivi differenti. Come ha affermato in un'intervista lo stesso autore 'per questo esistono gli artisti, per dare voce alle memorie più diverse, per raccontare le storie. Non la Storia. Quello è compito degli storici”.
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"Per ristabilire la verita, era sufficiente raccontarla. Giordana forse esagera nel rendere romantici i protagonisti, ma lo fa per due motivi. Il primo, fare di Valenti un italiano 'tipico', geniale e opportunista, tronfio e fragile, cinico e generoso; un coacervo di contraddizioni che la strepitosa interpretazione di Zingaretti esalta in modo convincente. Il secondo: raccontare il cinema in tempo di guerra, l'ambiguita connaturata al suo essere arte e industria: il confine sottile, per un artista nelle pieghe della storia, fra rovina e grandezza. Se si riesce a leggere 'Sanguepazzo' in questa chiave, scordando i veri Valenti & Ferida, l'apologo e potente, e per nulla revisionista. Al contrario: il dramma del partigiano Vero, costretto a fucilare i due, e anch'esso fin troppo romanzato. Nella realta, la sentenza fu eseguita per motivi più terra terra: soldi, pellicce, gioielli. La guerra e molto più spaventosa del cinema." (Alberto Crespi, 'L'Unita', 20 maggio 2008) "Giordana, che dal 1983 lavora su questa storia, dice di non aver voluto 'fare un film di investigazione per ricostruire la vera storia e le vere colpe di Valenti e Ferida, ma un'opera di fantasia ispirata a vicende e figure reali'. Si e infatti preso molte liberta, ha interpretato, sintetizzato, tagliato, eluso, aggiunto, inventato. Ha usato nel film due piani temporali. Ha considerato i due personaggi con pietas, lasciando intendere che erano stati fucilati per le voci popolari più che per le loro azioni, ma il non poter stabilire con chiarezza se fossero o no colpevoli sminuisce la tragicita del destino di due persone di per se irrilevanti. Mentre Monica Bellucci va benissimo, il bravo Luca Zingaretti e fuori parte, inadeguato all'istrionismo come al fascino luciferino o perverso di Valenti. E' bellissima l'ambientazione, l'atmosfera dell'epoca: i colori spettrali dell'inverno, i locali pieni di militari tedeschi, le strade vuote della citta, le stanze d'albergo con le finestre perennemente chiuse, i set improvvisati, le facce scarne, le strisce di cocaina e le fiale di morfina, le crisi d'astinenza, il dolore, il sentimento straziante della fine." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 20 maggio 2008) "Qui l'incalzare dello storia e da 'Report', da contro informazione. Evidentemente Giordana fu colpito dal dibattito revisionista, ma fertile, ospitato sul quotidiano 'la Repubblica', tra innocentisti e colpevolisti e tra contrari comunque alla pena di morte e fautori della massima pena, almeno in situazioni di 'disumanita abnorme'. Partecipò anche Baudrillard, giustamente umanista, che però ebbe una pecca, oggi forse rimediabile. Non identificò il vero motivo della condanna a morte, o meglio dell'esecuzione di due che 'sapevano troppo' e che era bene, per superiori interessi nazionali, far tacere, almeno secondo la volonta, di una parte del Fnl. Come questo film diseguale, con momenti strepitosi, invenzioni poetiche folgoranti (quel portarsi dietro le pesanti pizze, anche nelle situazioni più pericolose...) sbagliato nel cast (e non nella bravura dei due protagonisti, Zingaretti e Bellucci, che sarebbero stati fantastici Gino Cervi e Assia Noris, star introverse, non radianti e di velocita sadica come i nostri) anche se, senza di loro, niente film." (Roberto Silvestri, 'Il Manifesto', 20 maggio 2008) "Giordana si e tenuto a meta: Valenti e la Ferida c'erano quando Koch torturava, ma non parteciparono, anzi sia pure flebilmente protestarono. Certo, Giordana, non arriva a farne una copia modello. Tra tirate di cocaina e sesso violento Luca Zingaretti e Monica Bellucci fanno del loro meglio per rafforzare l'immagine dell'accoppiata maledetta. L'anima cosiddetta dannata del duo e comunque lui, Monica per la centesima volta nella sua ventennale carriera, subisce e soffre." (Giorgio Carbone, 'Libero', 20 maggio 2008) "Se e quanto fossero coinvolti in queste atrocita non e mai stato chiarito, ed e piuttosto credibile il ritratto che Marco Tullio Giordana fa di Valenti bastian contrario ed esteta decadente, esagitato, immaturo, provocatore, trascinato dal suo dannunzianesimo in un'avventura autodistruttiva. (...) Giordana, che ha nel cassetto da più di vent'anni la sceneggiatura scritta con Enzo Ungari e Leone Colonna, non e nuovo a queste imprese; nel 2003 a Cannes prese il volo 'La meglio gioventù'. Meno appassionato e straziante del film del 2003, 'Sanguepazzo' e interessante soprattutto nella descrizione di un carattere nazionale ribelle e narcisista ma debole di pensiero, eroe di cause sulle quali non s'interroga e perciò incapace di autodeterminazione e preda facile di dipendenze. Allora come oggi." (Emanuela Martini, 'Il Sole 24 ore', 20 maggio 2008) "'Sanguepazzo' poggia molto sulle spalle di Luca Zingaretti - ormai uno dei tre quattro grandi attori italiani - un Osvaldo Valenti misurato e convincente sia nell'esorbitante arroganza sia nella ridotta umanita. Più mitigato l'arricchimento dato da Monica Bellucci, forse troppo statutariamente bella per disegnare le pieghe di un essere solo apparentemente debole e sottomesso. Comunque, nell'ultima inquadratura, quando la coppia stordita si allontana incredula per una falsa liberta che annuncia il crepitio dei mitra, si ha la sensazione di una vera storia italiana." (Andrea Martini, 'Quotidiano Nazionale', 20 maggio 2008) "Una storia vera, una storia inventata, una storia esemplare. È curioso il destino di 'Sanguepazzo', il film di Marco Tullio Giordana. (...) Stabilito il contesto storico, reinventato con sensibilita moderna e gran gusto per il melo, ma senza tradire la complessita dell'epoca, 'Sanguepazzo' compie un'operazione salutare nel nostro cinema così timoroso e politicamente corretto: racconta quei giorni decisivi con gli occhi di due maledetti. Non per facile revisionismo, come speriamo nessuno dira, ma per porre domande che non hanno colore politico ma fanno parte di quel processo di accertamento della verita senza cui non si da nessuna memoria collettiva e tanto meno nessuna pacificazione. Niente riabilitazioni postume insomma, ne accuse retroattive. Ma una serie di dubbi sulle ragioni politiche che condussero a quella fucilazione. E una ricostruzione-reinvenzione d'epoca che grazie anche all'eccellente cast (Luca Zingaretti, Monica Bellucci, Alessio Boni, Maurizio Donadoni, Giovanni Visentin, Luigi Diberti...) spazza via schematismi e semplificazioni. Auguriamogli il successo della 'Meglio gioventù'. Per cominciare a fare finalmente i conti col lato oscuro della nostra storia." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 20 maggio 2008) "'Sanguepazzo' si prefigge di sciogliere - sia pure con cautela cerchiobottista - i nodi più oscuri della vicenda che chiamano in causa l'adesione popolare al fascismo, la sciagurata epopea della Repubblica di Salò, i caratteri della guerriglia partigiana e delle due anime in conflitto all'interno di essa. La ricostruzione a bagnomaria tra storia e invenzione e, però, assai di maniera, la catena degli episodi enfatica e didascalica e l'inevitabile tocco «poetico» d'autore alquanto invadente: handicap ancora trascurabili rispetto a quello della mancata qualita evocativa dei protagonisti. Tra i quali si salva solo Luca Zingaretti, che e un Valenti credibile nella sua miscela di deboscia, cialtroneria e donchisciottismo, mentre Monica Bellucci annaspa nel ruolo di una Ferida trasformata in santino e Alessio Boni non va al di la di una corrucciata fotogenia. Giordana vorrebbe farci capire come i patetici amanti, fucilati a Milano da partigiani dopo lo scempio di piazzale Loreto, fossero stati in realta 'uccisi' dalla stessa Italietta piccolo borghese che ne aveva subito il fascino più scandalistico che divistico; ma il lodevole intento e frustrato da espressioni, dialoghi e situazioni decisamente finti." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 20 maggio 2008)
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