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Alla ricerca del tempio maledetto
Quattro amici sono ormai giunti al termine della loro spensierata vacanza in Messico. Accogliendo la proposta di un conoscente, decidono di passare l'ultimo giorno andando in cerca di un esotico tempio maya nascosto nella giungla.
Ma il piano di una tranquilla escursione giocando a fare gli esploratori viene scombussolato quando alcuni abitanti del posto li obbligano, una volta messo piede sullo ziggurat, a non allontanarsi, minacciandoli con pistole e frecce. I quattro amici si accorgeranno ben presto che a spaventare i villici sono delle inquietanti forme di vita presenti all'interno del tempio...
Il resto è come ve lo immaginate
Il best-seller da cui è tratto il film di Carter Smith è un esempio classico di un determinato genere di letteratura. L'autore, infatti, prende come spunto una storia semplice, ai limiti del banale, con un plot e uno sviluppo sentiti e risentiti, per farne un esercizio di stile e un esempio di narrativa blockbuster di notevole qualità.
Ma l'assunto da cui parte il romanzo è anche il presupposto della debolezza strutturale su cui si fonda la trasposizione cinematografica.
Scott Smith, lo scrittore, perde un buon primo quarto delle proprie pagine per autoironizzare su un certo tipo di letteratura cinematografica che procede per clichè e luoghi comuni, che mantiene sempre uno stesso canovaccio, che offre, rimasticati e rimescolati, sempre gli stessi agenti terrorizzanti (che di volta in volta possono essere psicopatici, fantasmi, zombie, creature non bene identificate), e che giunge a conclusioni poco pacificanti, ma sempre colorate da una venatura di speranza.
Addentrato il lettore nel solito romanzetto d'appendice letteraria, Scott Smith spiazza con un esercizio di stile e di scrittura che porta a coinvolgersi nel vortice di terrore che scaturisce nelle menti dei malcapitati protagonisti della vicenda. Un plot che diventa pretesto per dimostrare come anche la più banale e codificata delle storie possa essere strumento per parlare d'altro.
La pellicola non riesce a fare lo stesso salto di qualità, e si mantiene sui binari della codificazione impostata dall'autore del libro nel suo incipit: siamo alle prese con i soliti ragazzi americani variamente annoiati, con il solito luogo misterioso e foriero di sciagure, con la solita impossibilità di comunicare con il mondo esterno.
Carter Smith non vuole dire nulla che non faccia vedere. La storia non diventa così un mezzo per veicolare una riflessione di qualunque genere, ma rimane sulla sterile superficie di quattro bei fannulloni, un tempio maledetto, una pianta carnivora.
Il resto è esattamente come ve lo immaginate.
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