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Copyright © Cinematografo 2008.
"Se l'incastro delle varie sotto-trame non si limita al solito montaggio contrapposto ma intreccia anche i piani temporali, svelando solo alla fine quale sia la vera collocazione cronologica dell'attentato con cui si apre il film, la regia finisce per essere un po' troppo prigioniera di uno stile prevedibile e artefatto che nei sotterranei della prigione, tra scosse elettriche e catini d'acqua, dà addirittura l'impressione di preoccuparsi più del controluce e del chiaroscuro che del realismo. Finendo per dare l'impressione di edulcorare la realtà e corroborando l'impressione di un film dove, più che denunciare l'inumanità di certe politiche segrete o di certe pratiche antiterroristiche, sia importante un giusto equilibrio tra personaggi positivi e negativi, tra angosce e speranze, tra conformismo diffuso e cocciuta testardaggine. Per fortuna il film è riscattato da un gruppo di volti convincenti e appropriati, dove svettano la razionalità cinica della Streep, la cocciuta determinazione della Witherspoon e i turbamenti morali del giovane funzionario Cia." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 22 ottobre 2007) "Gavin Hood, autore di 'Tsotsi' (premio Oscar), è sudafricano, quindi ha cultura inglese. E infatti nel suo film, denso e teso, coerente e misurato, non ci sono né buoni, né cattivi per partito preso: gli antagonisti hanno pari dignità di nemici, sono sullo stesso piano etico e politico. Basterebbe questo perché 'Rendition', auspichi l'incontro, non lo scontro di civiltà. Per trovare un film di spionaggio a questo livello, senza assurdità da 007, occorre risalire a 'Syriana' di Stephen Gaghan e, prima dell'11 settembre 2001, a 'Spy Game' di Tony Scott. Meno complesso di loro, 'Rendition' è però più efficace per lo spettatore medio, abbastanza superficiale da accontentarsi della didascalia 'Nord Africa' per designare il cuore degli eventi. Vista la realtà alla quale s'accennava all'inizio, il Paese al quale si allude, noto per le prigioni e le torture, potrebbe essere proprio l'Egitto, alla cui disinvolta polizia Yussef Chahine, il più noto regista locale, ha dedicato l'acre 'Chaos'. Il cast di 'Rendition' è vasto e soprattutto ben più noto di quello di 'Chaos', ma anche qui non c'è un vero protagonista: la vicenda è corale e si svolge su due, vicini, piani temporali. Ma questo lo spettatore lo scopre solo alla fine, che è lieta, dunque improbabile. L'analogo 'Missing' di Costa-Gavras (1982), ambientato nel Cile del 1973, non aveva voluto cedere alla tentazione di illudere... Si direbbe l'ottimismo l'unico difetto di 'Rendition', perché 'Rendition' dimostra, per il resto, alta professionalità. Qui, come nei due film succitati e negli inediti 'Redacted' di Brian De Palma e 'In the Valley of Elah' di Paul Haggis, impressiona che cresce sempre il numero di attori, sceneggiatori, produttori, registi e distributori impegnati contro la Casa Bianca. È la quieta insurrezione contro Washington da parte di Hollywood, che così a lungo ne era stata il ministero della Propaganda." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 22 ottobre 2007) "Il secondo film chiamato ad onorare il tappeto rosso è stato 'Rendition', diretto dal sudafricano Gavin Hood e dedicato alla spinosa questione dei sequestri di stato all'epoca del terrorismo. Anche in questo caso, non è possibile gridare al miracolo per colpa della principale malattia del cinema moderno: la prevedibilità... C'è il clima di sospetto dilagante dopo l'11 settembre, c'è il cittadino egizio-americano presunto terrorista, rapito dalla Cia ed estradato in una prigione segreta fuori dagli Usa, c'è una mogliettina terrorizzata e indignata perché lo sa innocente e c'è infine l'agente buono (leale e progressista) che non crede alle accuse e lo libera, consentendogli di rientrare senza macchia nel paese d'adozione che non ha giammai tradito. Tutto banale, ovvio, scorrevole, corretto, con il bonus di ritrovare la venerabile Meryl Streep nell'insolito ruolo di ufficiale cattivissima." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 22 ottobre 2007) "Il titolo viene da 'extroardinary rendition' (consegna straordinaria), la controversa procedura speciale utilizzata dai Servizi Segreti americani (soprattutto dopo l'11 settembre), contro i presunti terroristi. Le fasi sono arresti coatti, deportazioni in Paesi dove si usa la tortura per ottenere informazioni e detenzioni in condizioni inumane. Fra piani narrativi paralleli e salti temporali, il regista cerca di analizzare un tema difficile come la dicotomia giusto-sbagliato. Punta in alto ma, è il caso di dirlo, non sbaglia. Ed evita l'errore di fornire facili, univoche soluzioni." (Roberta Bottari, 'Il Messaggero', 22 ottobre 2007) "Tragedie vere vengono ridotte a melodrammi magari politicamente corretti; ancora una volta si constata che, quando il film è mediocre come 'Rendition', non arriva a provocare indignazione né scandalo né rivolta democratica ma rimane lì inerte." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 22 ottobre 2007)
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Tra terroristi e Senatori
Un giovane analista della Cia si trova proiettato sul campo, alle prese con il difficile interrogatorio di un presunto terrorista. La moglie di quest'ultimo, disperata, cerca di risalirne disperatamente le tracce, coinvolgendo nella storia un Senatore degli Stati Uniti. La vicenda si intreccia con quella di un giovane egiziano, diviso tra la passione politico-religiosa e l'amore per la propria ragazza. Due storie parallele che si incrociano in modo del tutto imprevisto.
Inutili colpi di scena
Rendintion è un film a tesi. E la tesi è quella che siamo in guerra, una guerra sottile e nascosta, nella quale non ci sono né buoni né cattivi, ma tutti - chi più chi meno - sono in torto e utilizzano mezzi non solo illeciti, ma disumani. Due storie parallele, che riflettono e rispecchiano entrambi i campi del contendere, si intrecciano Da una parte un giovane analista della Cia si trova a dover interrogare un presunto terrorista - che viene torturato dai servizi segreti egiziani - al quale non è stato garantito nessuno dei diritti fondamentali. Dall'altra un giovane studente di una madrasa è diviso tra l'amore per la sua donna e la passione politico-religiosa, che lo porta ad abbracciare una causa impedendogli di vivere fino in fondo una quieta vita familiare.
Alcuni banali elementi descrittivi di quella che è la realtà odierna rintracciabile tra le righe di qualunque quotidiano sono il pretesto per una storia che parte da lontano e perde di mordente andando avanti. L'intreccio è solo un pretesto per parlare di diritti umani, per ricollegarsi alle zone d'ombra della guerra in corso, scandagliandone un po' didascalicamente gli errori e le storture.
La pellicola ha la pretesa di non prendere posizione, di rimanere equidistante tra i due campi, ma è evidente che tutto lo script si struttura come un atto di accusa più che come un'analisi imparziale.
Regia sufficiente e poco più, aspetti tecnico-recitativi curati quanto basta per dare un senso alla partecipazione di Gyllenhall e della Witherspoon. Il film non decolla mai, e a poco serve rimescolare le carte sul finale e offrire una chiave di lettura che vede intrecciarsi due differenti piani temporali: la mancanza di suspance e la linearità di comprensione globale depotenziano totalmente l'ultimo coup de theatre, che riesce solamente a generare un po' di confusione e poco più. Il film di Gavin Hood ricorda un po' Crash di Haggis, e Babel di Inarritu, ma si colloca decisamente al di sotto del livello di entrambi, risultandone una copia sbiadita.
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