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L'amico ritrovato
Alan Johnson (Don Cheadle) è un dentista di successo, ha una bellissima e impeccabile moglie, due amabili figlie e una bella casa a Manhattan: tutto è perfetto nella sua vita, o almeno così sembra perché, in realtà, Alan si sente intrappolato in un'esistenza che gli è sempre più estranea. Casualmente, incontra Charlie Fineman (Adam Sandler), con cui ha condiviso gli anni dell'università e che non vede da tempo. Charlie ha perduto la famiglia nella strage terroristica dell'11 settembre 2001 e, dilaniato dal trauma, l'uomo cerca di sopravvivere immergendosi nella musica anni Settanta e rifiutandosi di ricordare. I due ex compagni di college iniziano a frequentarsi e a poco a poco recuperano sé stessi nella loro rinnovata amicizia.
Sopravvivere e vivere a New York
'Amore, regna su di me” citano gli Who nella celeberrima canzone Love, Reign O'er Me, da cui è tratto il titolo del film, ed è proprio l'amore che il terrore strappa via senza pietà dalla vita di Charlie.
Reign over me è una pellicola che tenta di oltrepassare con sincerità il mero resoconto. A interessare il regista e sceneggiatore Mike Binder non è la cronaca, non è l'analisi delle cause e degli antefatti, non è neppure la denuncia di stampo giornalistico del prima e del dopo. Al centro del film è il dolore di chi è sopravvissuto, perdendo tutto. Sono passati sei anni da quel giorno e Hollywood non si interroga più solamente su cosa e su come sia accaduto, ma inizia a raccontare le storie di chi c'è ancora, di chi ogni giorno si confronta con l'angoscia della solitudine in seguito alla perdita di familiari e amici. Charlie vive, ma non ha nulla per cui valga la pena di farlo; Alan ha tutto, ma non vive, viceversa delega la propria vita, si nasconde nell'accondiscendenza: uno è speculare all'altro, e in tale aspetto risiede la forza di una sceneggiatura che – a dire il vero – a tratti mostra qualche lacuna. L'amicizia unisce due personaggi opposti; uno perfettamente integrato, l'altro escluso, uno elegante, l'altro patologicamente trasandato, uno trattenuto, l'altro eccessivo. Eppure, sembra essere proprio la diversità ad alimentare la fiducia che l'uno prova nei confronti dell'altro, e il rapporto di influenza reciproca fra i due è tutto nelle sequenze di apertura e chiusura del film. Durante i titoli di testa, la macchina da presa segue Charlie che con un monopattino a motore si inoltra per le strade di New York; al termine del film l'inquadratura si sofferma su Alan che ripercorre le stesse vie con il medesimo mezzo: Charlie e Alan sono dunque cambiati e ognuno deve qualcosa all'altro, perché il rapporto nato fra i due ha innescato in entrambi il desiderio di non arrendersi e di andare avanti, ognuno a suo modo. Nonostante tali tematiche, per l'intera durata della pellicola è evidente l'intenzione di miscelare con armonia i toni della commedia a quelli del film drammatico, ma l'operazione riesce solo in parte, in modo più efficace nella prima metà rispetto alla seconda. Nel finale, un ottimismo un po' troppo semplice stempera l'autenticità del tono emotivo, favorendo una visione salvifica leggermente stucchevole.
Bravi, comunque, gli attori: ottimo Don Cheadle, che riesce a dar vita alle sfumature più sottili del suo personaggio e a bilanciare perfettamente il detto con il taciuto, e ineccepibile Adam Sandler, nella cui sua straziante fuga dal ricordo – e nell'impossibilità di vivere senza –si riassume il dolore lacerante di chi c'è ancora. Grande cameo, tutto da gustare, di Donald Sutherland nel ruolo del giudice.
Un film non perfetto ma leale, commovente e tutto sommato coraggioso.
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