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"Ispirandosi a un episodio non immaginario, William Friedkin, uno che conosce bene il braccio violento della legge, non dimentica la tensione patriottica (ombre e gloria sulla bandiera a stelle e strisce), ma punta specie su un meccanismo da thriller. Però il film ha fatto infuriare lo Yemen e altri Paesi arabi, che ne hanno proibito la diffusione, accusandolo di xenofobia e razzismo. In compenso agli spettatori americani è molto piaciuto, forse per le frasi pronunciate con fierezza dai due protagonisti: 'Onore, Patria e Dovere' o, a scelta, 'Coraggio, valore e sacrificio'. Le regole dell'io, appunto". ('Carnet', settembre 2000)
"Il cinema classico è un cinema 'di destra'? Grande prova di regia per William Friedkin in un film d'altri tempi, molto provocatorio e (fintamente) patriottico". (Fabio Bo, 'Il Messaggero', 17 novembre 2000)
"La morale è quella che è, ma lo spettacolo è costruito con tali impeti che l'impone. Vi concorrono gli interpreti. Tommy Lee Jones è, con maschera forte e segnata, il difensore. Samuel Jackson e l'accusato. C'è anche Ben Kingsley. Come ambasciatore prima codardo poi pronto a mentire non poteva essere più laido". (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 10 novembre 2000)
"Fa tristezza trovare il nome di William Friedkin associato a un film come 'Regole d'onore'. Non perché sia diretto male. Il motivo della tristezza è nel modo in cui Friedkin difende l'indifendibile, agitando la bandiera a stelle e strisce come in un film di propaganda dei tempi di John Wayne. Il garante della libertà è l'esercito americano; gli islamici sono infidi e assassini; l'istituzione militare va difesa ad ogni costo. 'Regole d'onore' è un inno alla paranoia di una nazione che continua a prendersi per il gendarme del mondo". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 12 novembre 2000)
"Film furbo, del tutto scorretto politicamente, efficace alla maniera di William Friedkin, recitato molto bene: classico conflitto giudiziario, classica amicizia virile". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 10 novembre 2000)
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