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”Sono di Johannesburg, non ho paura di niente”
Un gruppo improvvisato di cinque ragazzi, studenti della stessa scuola, si mette in viaggio per raggiungere un rave party nel deserto. Jack (David Gummersall) è cieco da quando aveva sei anni; Nelson (Derek Richardson), Cookie (Arielle Kebbel) e la sudafricana Grechen (Tina Illman); infine, Trip (Scott Whyte), che, forte del suo nome, ha appena rubato a Radford un centinaio di pasticche di ecstasy.
Il viaggio scorre tranquillo, finché non raggiungono una tavola calda completamente deserta e isolata, che sembra essere stata abbandonata da poco. Radford minaccia di morte Trip per il furto subito, ma l'intero gruppo dovrà guardarsi da ben altro che uno spacciatore infuriato…
Quel 'puzzone” d'un mostro
Le referenze del cast tecnico suonano come false promesse per lo spettatore di Reeker: non basta la produttrice Amanda Klein (che annovera intuizioni d'oro, tra cui In The Mood For Love, Il pianista e Monsoon Wedding), né il direttore della fotografia Mike Mickens (che ha lavorato in Bats e vanta collaborazioni con David Lynch) per creare un buon prodotto. Infatti, l'unico a tenere fede al proprio buon nome è lo studio Monster Fx, con un lavoro molto curato degli effetti speciali (ben 300 inquadrature con effetti visivi) e un inizio folgorante.
Il filo narrativo di questo horror sconnesso e criptico, con una caratterizzazione particolarmente gore, regge solo una decina di minuti, poi vira decisamente alla confusione: lo spettatore, a differenza del protagonista cieco, non è provvisto di spago per ritornare sui propri passi. Non lo aiuta nemmeno il regista David Payne (La famiglia Addams si riunisce, terzo capitolo della saga), che adotta uno stile e delle scelte a dir poco discutibili, dettando tempi sbagliati per la maggior parte delle scene. Non è supportato in questo dal responsabile del montaggio, che propone raccordi di scena spesso fuori fase e fuori tempo, visibili in maniera imbarazzante. Anche dal punto di vista della sceneggiatura, sempre firmata David Payne, si notano buchi e giustapposizioni che puzzano (il verbo inglese to reek significa appunto 'puzzare”) di forzatura. I dialoghi sono funzionali alla caratterizzazione dei personaggi, ma scadono troppo in cliché logori e luoghi comuni abusati.
L'unica nota positiva di questa trama caotica è che permette di tenere celato fino all'ultimo quale dei possibili finali (ce ne starebbero almeno tre o quattro diversi) aspettarsi: anche qui si poteva scegliere di meglio. Scenografia e fotografia funzionano senza particolari pregi, sfruttando bene le condizioni e gli spazi offerti dal deserto californiano. Restano interessanti alcune intuizioni: il motel si chiama Halfway e richiama ad una dimensione di Limbo a metà strada appunto tra la vita e la morte, come suggerisce il sottotitolo italiano; l'introduzione di elementi di forte impatto visivo, che non si limitano ai soliti arti mozzati, ma vanno oltre, quasi a smuovere un disgusto profondo e un senso dell'orrido alla Dario Argento. Troppo poco per pensare di basarci un intero film.
A eccezione di Henry (Michael Ironside, faccia nota con un numero sterminato di film all'attivo) e di Radford (Eric Mabius, il Daniel di Ugly Betty per intenderci), che si limitano a recitare ognuno la propria parte, gli attori subiscono la direzione superficiale di Payne e finiscono per rendere i loro personaggi quasi ridicoli, forse prendendo un po' troppo alla lettera le dichiarazioni del regista: 'Mi manca molto il senso di divertimento nell'attuale corrente dei film dell'orrore. […] Così, fondamentalmente, ho fatto in modo di terrorizzare le persone, poi farle ridere…”.
Film del 2005. Difficile comprendere come abbiano potuto commissionare e portare a termine un seguito (No Man's Land: Reeker 2).
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