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"Il film di Reynolds, complici i milioni di dollari elargiti dall'altro Kevin, l'amico Costner (e dalla Majestic-RCS Film), è soprattutto un'avventura ai limiti della fiaba che prende in prestito tutti gli stereotipi del cinema esotico, del Mondo cane e dell'Odissea nuda, con bellone in tanga e maschi dal muscolo guizzante in foto di gruppo da palestra. Le riprese sono a momenti affascinanti come i luoghi impervi, colorati e selvaggi che rimandano a un pubblico che sogna l'inclusive tour, e l'ultima pane con la spettacolare gara dell'uomo uccello ha ritmo e suspense. Allora? Il punto debole è la sceneggiatura di Tim Rose Price, che vanta battute destinate a diventare di culto kitsch: 'Non ho tempo da perdere, ho le interiora delle galline da leggere' dice il capo tribù, che poi se ne va sulla mitica canoa bianca e rivolge una legittima preghiera: 'Dimmi che non userai le mie ossa per fare ami da pesca'. Al confronto 'Le miniere di re Salomone' sembra scritto e glossato da Levi Strauss." (Maurizio Porro,'Il Corriere della Sera', 6 Aprile 1994)
"Il film vede Rapa Nui nel XVII secolo, nel passaggio da una lunga stabile fase teocratica e un regime oligarchico-militare a devastanti lotte tribali, al mutamento del culto. Questa transizione e la storia d'amore servono agli autori per illustrare l'ingiustizia della divisione sociale in lavoratori dominati e padroni dominanti, i danni umani e ambientali prodotti dalla superstizione e dai tabù, il lavoro come condanna e strumento di controllo, la inevitabile rivolta degli schiavi. Tutto molto didattico e semplicisticamente aggiornato, numerosi i luoghi comuni narrativi a le macchiette: l'interesse è soprattutto storico-etnologico. Ma, in un paesaggio paradisiaco, su un'isola bellissima resa brulla dallo sfruttamento selvaggio delle risorse naturali, sono girate magnificamente due sequenze: quella d'una competizione mistico-sportiva sulle scogliere e nel mare, che ha come posta il potere; e quella della massa dei lavoratori stremati dalla fatica nel costruire e trasportare gli immensi idoli, ispirate alle grandi immagini fotografiche di Salgado e a quelle cinematografiche di Geoffrey Reggio." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 1 Aprile 1994)
"Avventuroso classico, quasi a metà tra un western e un peplum italiano degli anni '50, 'Rapa Nui' è qua e là fessacchiotto ma divertente come un fumetto di Mandrake. La regia di Reynolds è scattante, barocca come sempre. E' un virtuoso della macchina da presa, in Robin Hood si concedeva il vezzo della sequenza in soggettiva della freccia, qui sfodera un'altra soggettiva, quella di un Moal che casca a terra, davvero sorprendente. Sarebbe bello vederlo alle prese con un soggetto serio." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 2 Aprile 1994)
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