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"Il progetto, molto degno, ha faticato per essere realizzato, malgrado il sostegno dello Stato Maggiore dell'Esercito. E non sappiamo se per la lunga attesa, la pur abbondante quantità d'ingredienti interessanti o di valore - i personaggi, i bravi e ben scelti interpreti, la suggestiva pasta dell'immagine digitale - non si risolve in un'opera pienamente compiuta e riuscita. Resta tutto un po' embrionale e parzialmente inespresso o non valorizzato. (...) Apprezzabile è comunque, e bene sostenuto da attori imprevedibili come il produttore e coautore Pier Giorgio Bellocchio (figlio del regista) e come Pietro Taricone, il tentativo di raccontare senza retorica e senza timore di esporre contraddizioni, incertezze, ambiguità, come dei qualsiasi ragazzi che la divisa investe di responsabilità gravi su un terreno difficile fronteggino la situazione restando nel bene e nel male se stessi. E' la prima volta che il cinema ci prova, dopo la fiction di Claudio Bonivento 'Soldati di pace' che, forse più spettacolare, risultava però decisamente più preoccupata di non dispiacere né urtare nessuno." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 30 aprile 2004)
"Magari una storia così ambiziosa esigeva più mezzi, maggior complessità di linguaggio, dialoghi meno ridondanti; Pier Giorgio Bellocchio, Pietro Taricone, la Smutniak e lo stesso Valori ne escono con onore, ma il film resta una buona idea sfruttata a metà". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 7 maggio 2004)
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