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Trama
Dopo il divorzio, una donna (Isabelle Huppert) vive con i due figli gemelli in una casa di campagna, ma lei e suo marito continuano a litigare noncuranti della loro presenza, realmente incapaci di badare a se stessi. I rapporti fra la madre e i gemelli sono buoni, ma quando lei decide di vendere la casa, le cose cambiano. Stanca della situazione e non sapendo cosa altro fare, la madre parte. Ma in sua assenza comincia una vera e propria guerra fratricida...
Psicologia familiare
Ed è ancora dimostrazione di eccezionale bravura (ammesso che ce ne fosse di bisogno) per Isabelle Huppert, già vincitrice per ben due volte della Coppa Volpi al Festival di Venezia servito da un altro bis al Festival di Cannes (Miglior Attrice 1988 e 1995, rispettivamente per "Un affare di donne" e "Il buio nella mente"). A supporto di una così dirompente classe attoriale, vige un cast di attori di prim'ordine, tra i quali i due gemelli protagonisti (fratelli nella vita reale) Jérémie Renier e Yannick Renier che dimostrano con estrema naturalezza di saper giostrare la complessità dell'ambiente familiare. Talvolta addirittura superiore alla Huppert (in particolare il biondo Jérémie), catalizzano l'attenzione su di loro già dalle prime battute grazie alla spontaneità di cui sono conservatori.
Panni sporchi
In origine Nue propriété (Nuda Proprietà), la nuova strada intrapresa da Joachim LaFosse -da sempre distintosi per la serietà tematica con cui affronta la settima arte- è quella dell'autobiografia. Dal profondo flusso psicologico, il regista di origine belga rievoca con grande fermezza la sua adolescenza più tormentata. Le liti familiari, le gelosia e le tragedie di un famiglia angosciata per la perdita di compattezza. Da un lato una madre oppressa dalla frustrazione di un figlio che la vede poco presente, ma anch'ella bisognosa di valorizzarsi dopo una vita di forzate privazioni, mentre dall'altra una scissione di legame fraterno. François perennemente cullato nella bambagia materna si mostra più accondiscendente verso quelle scelte che diano una sorta di tranquillità in casa, odia le grida preferendo il silenzio dell'accettazione. Thierry di contro, si inserisce nella tradizione del biondino bello e dannato, irascibile ma sicuro di sè, situazione giustificata dall'insolvenza dei ruoli all'interno del nucleo familiare che forza un figlio ad improvvisarsi padre per il bene comune.
L'insostenibile leggerezza
A scatenare la scintilla, il dio denaro, giusto perché non c'è economia in un rapporto... La vendita dell'appartamento nel quale risiedono serve alla madre come incentivo per iniziare a costruire un futuro migliore, un restart sociale a cui tiene particolarmente e sorretto forse da un pizzico di egoismo personale. C'è dell'abitudinarietà nel girato che rischia seriamente di emozionare. L'ottimo rapporto dei fratelli prima della definitiva inclinazione, una madre sempre pronta a curare e curarsi pur di sbarcare il lunario, un padre che dimostra il suo affetto attraverso banconote dal diverso taglio, tutti elementi che rivelano quanto alla base vi sia una manchevolezza di dialogo disarmante. L'impronta psicologica che si staglia con dovuta attendibilità trova un riscontro positivo nella caratterizzazione dei personaggi e nella veridicità del contesto nel quale si adoperano. Ira, risa e paura da una matrice cinematografica si materializzano nelle paure dello spettatore che dimostra, figlio o genitore che sia, di temere ma al contempo di rimanere affascinato dinnanzi a quel potenziale emotivo che più comunemente chiamiamo "affetto".
My 2 cent
Chiudo con un sentito ringraziamento alla BiM Distribuzione in quanto mostra un costante interesse verso quelle pellicole di spessore, private tuttavia di un adeguato martellamento mediatico (innato invece nei blockbuster milionari). Decisamente piccoli prodotti per grandi esperienze.
Citazioni:
"Ci abbiamo provato e non ha funzionato, tutto qui.
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"Molto intimismo. Molti scontri verbali proposti soprattutto a tavola, a cena o a pranzo. Il disegno dei gemelli, dissimili fisicamente, tende a differenziarli anche nei caratteri, quello della madre segue un tormentato itinerario tra frustazioni e rivolte. Con un buon equilibrio narrativo e molta suggestione nelle immagini. Al centro, nelle vesti della protagonista, Isabelle Huppert con la sua abituale recitazione dimessa e, quando serve, sofferta." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 8 settembre 2006) "'Proprietà privata' si apre su una situazione di apparente, relativa normalità, con schermaglie e litigi a tavola come ne avvengono in tante famiglie. Però il belga Joachim Lafosse coltiva un verismo prossimo a quello dei Dardenne e la sceneggiatura, col procedere verso la fine, prende una piega che sovradrammatizza gli eventi; in modo perfino eccessivo, mentre sarebbe bastata la capacità di suggerire un'atmosfera asfittica e perversa mostrata nella prima parte. Storia di un rapporto che entra in crisi e si spezza, il film è realizzato con inquadrature dirette e frontali; una sobrietà di linguaggio che enfatizza, anziché attenuarlo, il senso di disagio crescente dello spettatore." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 16 marzo 2007) "Crudele film a spirale sul doppio, sui sentimenti ambigui, sull'ambivalenza affettiva. Per l'autore Joachim Lafosse soprattutto il racconto di come crolla ed esplode una cellula familiare, dopo lungo accanimento terapeutico casalingo. (...) Girata a piani sequenza fissi, per cui sono i personaggi ad abbandonare l'inquadratura e non la cinepresa che li tampina e insegue nella cadente casa di campagna, la storia è quella del crollo del sistema affettivo edipico-materno. (...) Un film duro, di interni psicologici spiacevoli e violenti, un vortice di nevrosi incrociate che si incontrano al limitare del concetto primordiale della proprietà avita. Certamente un film di attori in cui la cara Isabelle, sinfonia di furore inespresso, stavolta meno trasgressiva dei suoi standard, se la vede con due diabolici ventenni, il biondo Jérémie Renier e il fratello Yannick. Rendono benissimo la loro inadeguatezza alla vita, sono due ragazzini non cresciuti e che immolano la loro innocenza." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 16 marzo 2007) "Cinema belga. Ad opera di un autore, Joachim Lafosse, incontrato spesso nei festival all'insegna di una severità meditata, presente anche nei film di oggi, salutato con molta simpatia la scorsa estate alla Mostra di Venezia, soprattutto per il suo fine ma anche deciso impianto psicologico. (...) Le psicologie, appunto studiate fino ai margini dell'intimismo. Molti scontri verbali, proposti soprattutto a tavola, a cena o a pranzo, secondo quella tradizione avviata a suo tempo con tanta fortuna da Luchino Visconti nei suoi film della maturità. Il disegno dei gemelli, dissimili fisicamente - nessuna somiglianza somatica- tende a differenziarli anche nei caratteri, sempre esasperato ed esasperante uno, ripiegato quasi solo in sé stesso l'altro. E così il disegno della madre, affidato a un tormentato itinerario di frustrazioni, ma anche di rivolte. Rappresentati con un sicuro equilibrio narrativo e molte suggestioni nelle immagini, costruite spesso, da un punto di vista tecnico, con dei piani sequenza insolitamente fissi in cui i personaggi debbono solo emergere e cui, al contrario, debbono solo sottrarsi. Danno loro volto, nelle vesti della madre, una Isabelle Huppert, una volta tanto per nulla trasgressiva, e due veri fratelli, Jérémie e Yannick Rénier, già visto, il primo, ne 'La promesse' e ne 'L'enfant' dei Dardenne." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 17 marzo 2007) "'Proprietà privata' non è eccezionale ma è ben fatto, molto ben scritto dal regista e da François Piret: sono raccontati con intuito intelligente la durezza della madre nutrita di noncuranza per i figli, l'adolescenza prolungata dei figli che si ribellano soltanto all'idea di poter perdere la protezione del rifugio in cui vivono, di poter essere colpiti in quel patrimonio su cui sono abituati a contare, Recitazione impeccabile: Jérémie Reniers, uno dei figli, era già bravo nella parte del ragazzo padre de 'L'Enfant' dei fratelli Dardenne." (Lietta Tonrabuoni, La Stampa', 16 marzo 2007) "Il ménage diventa un inferno, che Lafosse mette in scena con stile minimale: metà film si svolge a tavola, con in personaggi che sembrano sul punto di scannarsi. Le convenzioni impediscono che tutto deflagri, ma sotto la cenere c'è un vulcano; Pascale se ne va, mollando quei due disutili dei figli; i quali, lasciati soli, si cacciano in una via senza ritorno. Il film è scabro, breve, senza musica (tranne il lancinante piano sequenza finale). Il miglior complimento a Isabelle Huppert (la più grande attrice europea) è che 'Proprietà privata' è inimmaginabile con qualunque altra interprete." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 16 marzo 2007) "Chissà cosa scriverebbe oggi Baudelaire del cinema belga di oggi, che è il più ingenuo nell'esibire il marcio d'Europa, quella schizofrenia fra feudalesimo e bonomia di mercato, osservata troppo giocondamente visto che è impraticabile il mito americano (anni 30-40) dell'individualismo democratico. Prodotto dall'autonoma Vallonia (di lingua francese), il film gode troppo nella messa in scena del malsano pasticcio. Però Isabelle Huppert saprebbe avvelenare di cupezza metafisica perfino un cartoon Wb." (Roberto Silvestri, 'Il Manifesto', 16 marzo 2007) "Una messinscena circoscritta, rigida, austera, priva di commento sonoro eccezion fatta per il disarmonico stridio d'archi finale. Con inquadrature fisse a imprigionare i protagonisti, dove la pace apparente alla presenza dei due personaggi si trasforma geometricamente in conflittualità alla comparsa di ogni terzo. I momenti dei pasti a tavola esprimono un intelligente e simbolico contrasto, mentre Isabelle Huppert è nutrice disturbata, fragile, ambigua e poco materna. In un film di teatro nordico, asfittico e rivolto al lato masochista del pubblico." (Federico Raponi, 'Liberazione', 16 marzo 2007)
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