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Parlami d'Amore Recensione

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Film
Autore
anonymous
Data della recensione
2008-02-14 09:13:00
Provider
Cinematografo
Recensione
"Io mi chiamo Sasha". "Sono cresciuto nella comunità di recupero di Borgo Fiorito". "Vedere una donna che si trucca è bellissimo. Truccami"... Citazioni sparse da Parlami d'amore, opera d'esordio del ventiseienne Silvio Muccino che porta sullo schermo il libro omonimo scritto insieme a Carla Vangelista, coautrice della sceneggiatura. Operazione rischiosa nelle intenzioni, a dir poco funesta una volta compiuta: lui è un giovane parquettista, figlio di nessuno (i genitori tossicodipendenti lo hanno abbandonato da ragazzino, il padre passando a miglior vita, la madre scappando chissà dove), idealista e poco avvezzo alla praticità della vita, innamorato da quando aveva 8 anni di Benedetta (Carolina Crescentini), bambina che trascorreva le giornate con lui in comunità, oggi maledettissimo angelo e figlia dell'uomo che ha affidato a Sasha (dimenticavamo: per sicurezza il nome verrà ripetuto qualcosa come sei o sette volte...) il pavimento della sua lussuosa villa. Ma la vita, si sa (o almeno così suggeriscono sia il libro che il film), "è prepotente: non tiene conto della volontà degli uomini", e allora ecco che una notte la macchina di Nicole (Aitana Sánchez-Gijón) - quarantenne francese rifugiatasi in un matrimonio che le regala sicurezza senza amore - travolge quella di Sasha: le loro ferite, la solitudine, le paure, finiranno per unirli in un'amicizia che non potrà non trasformarsi in altro. Prima, però, i fantasmi del passato e le vecchie abitudini (il ragazzo è un asso del poker...) dovranno essere sconfitti.Ipermercato d'emozioni, sovraesposizione di immagini e parole:  la rivoluzione? L'innamoramento tra una donna di 40 anni e un ragazzo di 25. Parlare d'amore non è mai stata cosa semplice, è evidente, buttarne in scena pensieri e azioni in questo caso catastrofico: Muccino "mette dentro al film tutto se stesso", dai rimandi cinefili di appassionato spettatore (una passeggiata che dovrebbe far pensare a Godard, un pestaggio davanti al muro de Il conformista, più le scene in tv de L'atalante di Jean Vigo, ovviamente a casa di Nicole...), ai brani scelti per la colonna sonora, onnipresente e invasiva. Pedante e logorroico, sensazionalistico ed esasperante (ogni singola scena per raccontare, o dire, qualcosa di "emotivamente accattivante"), Parlami d'amore è pericolosa deriva del "giovanilistico" cinema italiano strombazzato negli ultimi anni, voluto pensato e realizzato da chi - parole sue - "non ha avuto difficoltà a trovare finanziamenti non grazie al suo nome, ma agli incassi ottenuti dai film interpretati precedentemente".

Copyright © Cinematografo 2008.

Film
Parlami d'amore
Autore
anonymous
Data della recensione
2008-02-18 17:00:57
Provider
Spaziofilm.it
Recensione

Una storia d'amore e di vita

Quando un incidente fa incontrare Sasha e Nicole si incrociano due persone antitetiche, molto più simili di quanto possa suggerire l'apparenza. Lui è un ragazzo di venticinque anni che si affaccia alla vita, un animo fragile figlio di un'esistenza più dura del normale. Nato e vissuto in una comunità di recupero, il giovane - rimasto presto orfano di padre - viene abbandonato prima dalla madre e successivamente dal capo della comunità, diventato per lui il padre che non aveva mai avuto. L'unica connessione con il mondo era Benedetta - la figlia di un benefattore della comunità - di cui Sasha si innamora. Nicole è una donna francese che invece ha smesso di vivere, un'anima ferita dal suicidio dell'uomo che amava. Fuggita in Italia dopo la tragedia si è sposata con Lorenzo, ma il matrimonio è un modo per nascondersi dal dolore che la attanaglia. L'incontro tra i due sfocerà nell'educazione sentimentale – che in realtà è educazione alla vita – di Sasha che, grazie agli insegnamenti di Nicole, proverà a conquistare Benedetta. Ma tra i due si crea un legame indissolubile, e mentre Sasha inizia a conoscere la vita, Nicole non può fare a meno di ritornare a vivere.

Suggestioni amatoriali

Dalle feste in maschera in stile Eyes Wide Shut all'occhio sfregiato dal trucco di Arancia meccanica di Kubrickiana memoria, dal dialogo sul ponte del Godard di Fino all'ultimo respiro alla scena davanti all'Ara Pacis de Il conformista di Bertolucci; Muccino Jr. riempie fino all'orlo il suo film di suggestioni cinematografiche, citazioni dei più grandi maestri della regia, rappresentazioni al limite dell'onirico delle immagini più famose della settima arte. Esegue il tutto, però, in un modo che rasenta la presunzione – sicuramente senza accorgersene -, perché non è supportato da una storia all'altezza della situazione. Il film rimane un puro e semplice manifesto delle immagini care all'attore/regista, una cover – come si userebbe dire nel linguaggio della musica – delle più belle scene del cinema. La narrazione ha troppe note – per restare in tema musicale – che non riescono a trovare il giusto posto sullo spartito, arrivando a comporre un motivo che in molti punti risulta dissonante. Problemi quali alcol, gioco d'azzardo, amore non corrisposto, droghe, disagio sociale, violenza – forse ne dimentico anche altri - entrano tutti nella composizione di Muccino, che li affronta in maniera superficiale, senza riuscire a trovare un vero filo conduttore, una linea comune; perché a ben guardare l'amore narrato nel film è solo il pretesto che da il la all'opera omnia del regista. Scenografia (Tonino Zera) e fotografia (Arnaldo Catinari) danno vita a una cornice molto bella al primo sguardo, creano un effetto visivo intenso, dai colori molto forti, quasi 'plastici”; ma anche in questo caso Muccino ha oltrepassato il limite della naturalezza, rendendo il comparto visivo eccessivamente appariscente, quasi finto. Una piccola nota di merito a Carolina Crescentini, brava nell'interpretare un carattere difficile, riesce a far trasparire tutto il disagio del suo personaggio, solo in apparenza superficiale. Muccino e Aitana Sànchez-Gijòn, d'altro canto, regalano una prova non all'altezza, soprattutto nei dialoghi, spesso troppo forzati e poco naturali.

Educazione sentimentale poco riuscita

Il film voleva essere qualcosa di diverso, voleva raccontare l'amore attraverso le sofferenze, voleva regalare una storia non convenzionale. Voleva. In realtà non riesce a essere altro che un mero esercizio, una prova generale per la prima come regista di Muccino. Il risultato è una nota stonata, un accordo dissonante. Bisogna prendere atto che è il suo primo tentativo alla direzione di un film, i prossimi potrebbero portare a melodie più orecchiabili.

Copyright © Spaziofilm.it 2008.

Film
Parlami d'Amore
Autore
anonymous
Data della recensione
2008-06-10 04:02:18
Provider
Cinematografo
Recensione

La Critica - Rassegna Stampa

"Muccino non è riuscito sempre a padroneggiare, come sceneggiatore, questo aggrovigliarsi di fatti, anche perché i climi dei vari episodi mutando di continuo non gli consentivano di conferire alla sua esposizione una unità di climi. La sua regia, però, nonostante qualche inesperienza tecnica, lo aveva aiutato ad evocare su quasi tutta la sua storia delle atmosfere plausibili, dando, sul piano degli effetti, gli spazi giusti ai sentimenti e il rilievo necessario ai risvolti tesi e sospesi di un'azione dalle molte facce." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 15 febbraio 2008) "Muccino jr. cita qua e là, ha fiuto per le atmosfere anche interiori, a volte s'arrabbatta e confonde, ingolfa la seconda parte di troppi giochi d'azzardo, certo si piace e non si nega nulla, specie lo status di vittima delle emozioni del cuore. Ma la storia, scritta con Carla Vangelista si discosta per forma e sostanza dai film per teen ager mocciosi (etimologicamente da Moccia)." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 15 febbraio 2008) "Una strada spianata. Professionalmente Silvio Muccino - classe 1982 - deve infatti parecchio anche alla fortuna, lanciato come fu dalla partecipazione al secondo lungometraggio del fratello Gabriele, capostipite del redditizio filone giovanile attraversato poi altre volte, di nuovo in veste di attore e sceneggiatore. Viene da sé che il romanzo 'Parlami d'amore' - firmato da lui e Carla Vangelista, come pure l'adattamento per il grande schermo - sia stato molto pubblicizzato, abbia venduto 300mila copie e Muccino junior consideri il passaggio dal libro alla pellicola 'estremamente naturale' ed esserne regista un 'destino inappellabile', per un lavoro in cui sostiene di aver messo tutto se stesso. Il film è quindi una macchina da soldi-giocattolo generosamente finanziata, con cast di qualità e distribuzione in oltre 500 sale. Il ragazzo protagonista, orfano di genitori tossicodipendenti, grazie all'amicizia con una donna matura impara a sedurre una coetanea di cui è innamorato dall'infanzia. Tanta l'enfasi, ma l'educazione sentimentale risulta artificiosa quanto il delineamento dei personaggi e dei loro tormenti, l'argomento dipendenza viene affrontato con esteriorità e per bilanciare la mancanza di personalità il debuttante cineasta appena può mette in mostra compiaciuto il fisico." (Francesco Raponi, 'Liberazione', 15 febbraio2008) "Un fotoromanzo (finto)giovinastro/sentimentale senza eccessive pretese e drammi troppo concentrati: l'apprendistato passionale tra un 25enne e una 40enne. (...) Crede di desiderare la gallinella che nidifica in orge stile 'Eyes Wide Shut' di noialtri, ma la rivoluzionaria scelta fisico/mentale sarà tuffarsi nel buon vecchio brodo. Invece è un compiaciuto collage di pacchiani siparietti recitati allo specchio. Musicati, montati e diretti a zonzo tra i videoclip. Silvio Muccino, che ha studiato dizione e da sex symbol, adatta il best seller suo e di Carla Evangelista, ché oggi la gloria è autodidatta. Finale identico a 'Le regole del gioco', dopo tanto ombelico, 'L'Atalante' e Chet Baker tinteggiati di Rugantino e tutta la struggente saggezza dei cioccolatini. Se straincassa anche questo, si proclami il lutto nazionale." (Alessio Guzzano, 'City', 15 febbraio 2008) "D'amore si parla in 'Parlami d'amore', ma se ne parla tanto, troppo, mentre per la vera storia d'amore bisogna attendere quasi la fine del film, lungo e a tratti estenuante. (...) Il film è punitivo perché: vuole essere un film sentimentale, ma è infarcito di elucubrazioni filosofico-esistenzialiste; vuole essere impegnato, ma si perde nel tentativo di rimanere popolare e accattivante. Silvio Muccino vuole cambiare status: non più bamboccione simpatico con la zeppa in bocca, ma sex simbol con canottiera sdrucita. Ne ha facoltà, ma a noi rimane più simpatico nelle vesti di un semplice ragazzo alle prese con il suo tempo e non quando cita il Kubrick di 'Eyes Wide Shut'." (Dario Zonta, 'L'Unità', 15 febbraio 2008) "Silvio è dotato ma strafa. Realizza un prodotto patinato ma che sembra un collage, scolastico ancorché lussuoso, di esercitazioni brillanti eppure poco personali, dimostrazioni perfezionistiche eppure di seconda mano. Quanto è ovvio che l'affascinante Nicole sia cento volte meglio dell'isterica e viziata ragazzina di cui Sacha crede per tutto quel tempo di essere innamorato? Come mai un produttore avveduto come Cattleya è stato tanto prodigo di mezzi laddove forse avrebbe fatto bene a usare la bacchettata sulle mani? Proprio per il bene futuro di una promessa." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 15 febbraio 2008) "Parlami d'amore' non risulta particolarmente seducente o divertente, è troppo affastellato, fitto, con momenti un po' melensi, retorici: la cagnolina coinvolta in un incidente d'auto, 'La vita è prepotente', 'Vivi, vivi', eccetera. Il protagonista è attraente; Carolina Crescentini porta le bretelle sul petto nudo come Charlotte Rampling ne 'Il portiere di notte'". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 15 febbraio 2008) "Per il suo esordio nella regia Silvio Muccino ha adattato - con qualche correzione in direzione del punto di vista femminile più radicale - il suo romanzo 'Parlami d'amore', scritto come la sceneggiatura con Carla Vangelista. (...) Coraggiosa la scelta di Muccino di spostare in un'altra direzione l'immagine di sex symbol bello e dannato che si è conquistato presso le teenager con le sue commedie generazionali, ma per raccontare la paura di amare, le fragilità sentimentali, i tormenti esistenziali ha preso troppo sul serio il nuovo ruolo autoriale. Troppo preoccupato, forse, di prendere le distanze dal popolo di Moccia e di ammiccare agli intellettuali, appesantisce la storia con il collaudato repertorio del maledettismo. Tra citazioni di 'Harold e Maude' e 'Eyes Wide Shut' e vuoti narrativi e alcuni dialoghi imbarazzanti, l'opera prima di Muccino riserva un flashforward finale che stimola una visione supplementare per percepire più correttamente o eventualmente rivedere i limiti e difetti." (Alberto Castellano, 'Il Mattino', 16 febbraio 2008)

Copyright © Cinematografo 2008.



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