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Paranoid Park Recensione

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Film
Autore
anonymous
Data della recensione
2007-05-21 17:19:00
Provider
Cinematografo
Recensione
Imbevuto delle note di Nino Rota (da Amarcord e Giulietta degli spiriti) sbarca in concorso a Cannes l’ultimo film di Gus Van Sant: Paranoid Park, ovvero la storia di Alex, 16 anni, skater di Portland che uccide accidentalmente un agente di sicurezza. Semplice, semplice a livello di trama, Paranoid Park è un concentrato rarefatto dell’asettica poetica/estetica del regista statunitense. L’ennesimo candido e glabro cherubino vansantiano diventa protagonista di una vicenda basica dell’animo umano dove si fondono indifferenza del singolo e paura della reazione del collettivo. Alex è un ragazzino che vive per lo skateboard da svolgersi nel sottoponte denominato Paranoid Park. Il casuale incontro con un ragazzetto verso il quale, forse, prova un’attrazione sentimentale, lo porterà a compiere una marachella (salire su un treno in corsa ai 20 all’ora) che finirà in tragedia. Centellinando dettagli rivelatori con estrema freddezza, armonizzando aspetti diegetici della narrazione ed extradiegetici, Van Sant cesella un piccolo capolavoro che riassume i temi a lui cari, senza cadere nella morbosità estetizzante di alcuni primi piani dei giovani inquadrati, usufruendo di un marchio di fabbrica come lo scavalcamento di campo con soggetto di spalle al posto di un normale controcampo, arricchendo la visione con un bordone sonoro-sensoriale davvero ipnotico e affascinante. E rimane giustamente in sospeso con il giudizio morale tra esibizione involontaria del gesto assassino e difficoltà di denunciarlo. Come in, e meglio di, Elephant.

Copyright © Cinematografo 2007.

Film
Paranoid Park
Autore
anonymous
Data della recensione
2007-11-13 04:03:19
Provider
Cinematografo
Recensione

La Critica - Rassegna Stampa

"E in fondo il film stesso, con le sue immagini così ipnotiche e lavorate, in super 8 e in 35 mm., spesso accelerate, rallentate e accompagnate da musiche sorprendenti che ne amplificano il senso (non solo rock, c'è anche molto Nino Rota, da 'Casanova' a 'Giulietta degli Spiriti' e 'Amarcord'), è un po' come quei diari giovanili in cui entra di tutto, pagine scritte a mano e foto, ritagli, disegni etc. Un ritratto tracciato con gli strumenti usati dal soggetto, dunque ancora più somigliante. E capace di cogliere anche il mondo che gli gira intorno. Da qui, e non dal fatto di cronaca, parte Gus Van Sant. Ma proprio questo rende quel fatto, così terribile e straordinario, incredibilmente leggibile e vicino. (...) Finale aperto: conta la vicenda interiore, non quella giudiziaria. Ma è tutto il film, potremmo dire, ad aprirsi al nostro sguardo, portandoci dentro un mondo che non era facile rendere con tanta nitidezza." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 22 maggio 2007) "Van Sant è un regista americano indipendente, dalla filmografia discontinua e dagli interessi versatili, ma mai banale nell'inventarsi un tono e uno stile: se 'Elephant' (nonostante la Palma d'oro del 2003) e 'Last Days' ci erano sembrati fastidiosi nonché pretenziosi, 'Paranoid Park' ritrova l'essenzialità e la delicatezza di To Die For' e 'Drugstore Cowboy'. (...) La suspense, grazie a un montaggio abilissimo di riprese in 35mm, video e super8, l'originale fotografia e l'incalzante colonna sonora, sovverte la banalità dei serial adolescenziali a favore di un réportage dell'anima, un'avventura segreta a metà strada fra il silenzio individuale e il frastuono del mondo." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 22 maggio 2007) "Il film di Van Sant si fa notare soprattutto per due importanti collaborazioni: quella di Marin Karmitz, il patron della casa indipendente francese MK2 che ha prodotto interamente il film, e quella Christopher Doyle, direttore della fotografia di Wong Kar Wai, che permette al regista di proseguire sulla linea delle sperimentazioni stilistiche di 'Elephant' e soprattutto di 'Gerry' (2002), piccolo capolavoro mai visto in Italia." (Giacomo Visco Comandini, 'Il Riformista', 22 maggio 2007) "E' un 'Delitto e Castigo' ai tempi del liceo'. Ha ragione il cineasta, se non fosse per la colonna sonora paradossale, trova in quest'opera echi imprevedibilmente dostoijevskiani. Alla banalità del male di 'Elephant', strage di corpi e convenzioni in un college, alla sciatta noia di vivere del frontman Blake in 'Last Days' qui Van Sant ha il coraggio di opporre, o meglio di aggiungere, una visione più semplice e allo stesso tempo politica." (Boris Sollazzo, 'Liberazione', 22 maggio 2007) "Il Paul di Seidl e l'Alex di Van Sant si somigliano molto. Sono ragazzi deboli che non diventeranno mai maschi 'Alpha', non saranno mai gli elementi dominanti del branco. Sono gregari che lottano per sopravvivere. America ed Europa, Est ed Ovest si ritrovano uniti dalle gerarchie sociali e dalla sopraffazione. La differenza è che il film di Van Sant riesce a trarre da tutto ciò una struggente bellezza, grazie anche sapientissimo uso delle musiche (nelle quali spicca un inaspettato omaggio a Fellini, con brani di Nino Rota da 'Giulietta degli Spiriti' e da 'Amarcord'); mentre il film di Seidl è di una sgradevolezza molto 'di testa', che può (e vuole) disturbare." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 22 maggio 2007) "Qui il regista porta all' estremo il metodo messo in atto per 'Elephant' e, con maggior radicalità, per 'Last Days', smontando la linearità cronologica ma anche mescolando riprese con tecniche diverse (il Super8 per le immagini «in soggettiva» degli skater e il 35mm, con un mascherino da vecchia inquadratura televisiva, per il resto) e affidando al una elaboratissima colonna audio, fatta di rumori, musiche, parole e suoni, (compresa una citazione da Nino Rota) il compito di offrire allo spettatore una specie di riflesso sonoro delle contraddizioni psicologiche e comportamentali di Alex. In questo modo lo spettatore si trova davanti una specie di puzzle incompleto ma stimolante di un universo mentale che sfugge a ogni definizione, com' è quello appunto degli adolescenti, ribelli senza cause ma anche assassini per caso. E che Van Sant filma con empatia e curiosità insieme, senza mai lasciarsi andare a prese di posizione moralistiche, ma anche senza compiacimenti o facili giustificazioni." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 22 maggio 2007)

Copyright © Cinematografo 2007.

Film
Autore
anonymous
Data della recensione
2007-12-07 10:27:00
Provider
Cinematografo
Recensione
Un parco per skater a Portland, la pista a bruciare follia, dannazione, assenza di fissa dimora: forse, solo gioventù. Non si può essere seri a 17 anni, scriveva Rimbaud un secolo fa: figuriamoci oggi, a 16. Sono gli anni di Alex (Gabe Nevins), che sulla West Coast sperimenterà altri paradisi artificiali. No, non è la droga, ma la paura, quella che tutti hanno a Paranoid Park. E il caso. Un caso malevolo, che per legittima - e giovanile - difesa lascia abbarbicati al treno Alex e un balordo, e sulla massicciata un vigilante troncato in due da un altro treno… Gus Van Sant prende il romanzo omonimo di Blake Nelson (pubblicato in Italia da Rizzoli), uno scrittore di e per adolescenti, e ripercorre le orme teen già calcate con Will Hunting - Genio ribelle (1997, nove nomination e due statuette agli Academy Awards), Scoprendo Forrester (2001), Gerry (2002), Elephant (2003, Palma d’Oro per il miglior film e miglior regia a Cannes) e l’unofficial biopic di Kurt Cobain Last Days (2005). Premio del 60° anniversario all’ultimo festival di Cannes, Paranoid Park è quello adolescenziale dell’America neocon, che esporta democrazia per importare atonia, e viceversa. Van Sant depura le scene di ogni elemento deperibile, alza il tiro poetico per non cadere nella didascalia dell’instant movie, prende i prediletti giovani per dire qualcosa a loro, alla sua generazione e a quella precedente, stigmatizzando in ottica glocal la terra di nessuno che sono gli States. Park è recinto, area protetta, divertimento-diversivo, che fa coppia con la paranoia dura e pura del Sistema, che l’Iraq (elemento centrale del "fuoricampo" del film, tanto da farne l’unica messa a fuoco della tragedia irakena, alla faccia di Jarhead, Syriana e Leoni per agnelli) e il resto del mondo manco te lo fa individuare su una cartina. Materia da bruciarsi le mani, che il regista di Louisville, Kentucky padroneggia paratattico e materialista, a tal punto da risultare memoriale e spirituale – vedi, anzi senti, la colonna sonora, complice il Nino Rota chez Fellini di Amarcord e Giulietta degli spiriti. Amarcord e spirito/i, che oggi non battono più bandiera stelle & strisce, anzi. Le stelle si fanno piccole: stellette; le strisce disegnano un orizzonte carcerario, da Guantanamo alle periferie metropolitane di Portland. E’ l’America di Bush: Paranoid/Android.

Copyright © Cinematografo 2007.

Film
Paranoid Park
Autore
anonymous
Data della recensione
2007-12-17 16:00:44
Provider
Spaziofilm.it
Recensione

Adolescenza alienante

Paranoid park è il nome di uno skate park come ce ne sono tanti negli Stati Uniti: un luogo di ritrovo per alcuni, un posto per passare un po' di tempo per altri, una casa vera e propria per i più sfortunati. È lo spazio per quelli che vengono definiti "giovani antisociali", quelli che non vogliono conformarsi con il cosiddetto 'mondo normale”, ma che in realtà cercano proprio in un gruppo - quello che regna a Paranoid park - la loro identità.

Alex è uno di questi ragazzi, taciturno, timido, fragile; i genitori, in odore di divorzio, lo lasciano senza una guida, senza nessuno in grado di comprendere le sue necessità. Così, l'idea di appartenere a un gruppo e di raggiungere un'identità sociale lo attira allo skate park, dove, però, accade l'irreparabile: una sera, una sua bravata causa accidentalmente la morte di un agente di sicurezza. Il ragazzo decide di nascondere l'accaduto, ma il peso del dramma non è facile da sopportare…

Una storia ipnotica

Per Gus Van Sant, il modo di raccontare è importante quanto la storia, per alcuni aspetti lo è forse di più. In questo suo lavoro, infatti, non è l'evento in sé a destare l'attenzione dello spettatore, quanto le scelte narrative: il regista si allontana, sulla scia tracciata dalle sue opere precedenti, dai classici schemi dettati da Hollywood e dal cinema in generale. La sequenza temporale del film non segue la linearità cronologica dei fatti, e presenta non solo vari flashback, ma un vero e proprio cocktail di situazioni, tanto che si resta spiazzati e affascinati dal modo in cui gioca con le tecniche cinematografiche, una sorta di anarchia stilistica che riesce però a trovare una sua logica e un suo ordine. Come in Elephant, alcune sequenze vengono riproposte due o più volte all'interno della narrazione, a volte cambiando l'inquadratura, a volte riproponendo la scena tale e quale, generando dei déjà vu cinematografici. Un'altra tecnica con cui disorienta lo spettatore è l'utilizzo di piani sequenza inaspettatamente lunghi: Van Sant lascia che il suo protagonista esca dal campo visivo mantenendo l'inquadratura fissa su un oggetto inanimato, e relegando il compito della narrazione ai suoni e ai rumori di fondo. Il tutto concorre a instaurare un clima di pesantezza che rispecchia la condizione del giovane skater, in apparenza tranquillo ma in realtà schiacciato dai rimorsi per quello che è successo, e dall'impossibilità di alleggerirsi del peso parlandone con qualcuno.

La colonna sonora - non solo le musiche, ma anche rumori di fondo, suoni e dialoghi - è sorprendente; sembra non seguire una logica, eppure contribuisce a creare quella sensazione di malessere che accompagna tutto il film. In alcune scene suona in completo accordo con la situazione che accompagna, in altre no, risultando in alcuni frangenti addirittura straniante rispetto alla narrazione: come se rispecchiasse le difficoltà psicologiche del protagonista, e la sua incapacità di prendere una decisione.

Anche il montaggio e la fotografia non esulano da intenti sperimentali (si pensi, ad esempio, all'utilizzo di due differenti tipologie di telecamera), e vanno a completare la ricerca stilistica intrapresa dall'autore.

Sorpresa, ma non troppo

I film di Van Sant sono sempre imprevedibili e controcorrente, ma a tratti esagerati nella ricerca stilistica, a rischio di autocompiacimento; in questo lavoro, invece, l'autore sfrutta il suo talento non per costruire un mero campo di sperimentazioni, ma per proporre un film in cui l'originalità serve gli scopi narrativi. Le molte tessere del puzzle create ad arte da Van Sant si uniscono alla perfezione, dando vita a un'immagine dai contorni nitidi e ben definiti, e dimostrando che anche attraverso una strada alternativa si possono raggiungere ottimi risultati. Da non perdere.

Copyright © Spaziofilm.it 2007.



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