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Onora Il Padre e La Madre Recensione

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"Onora il padre e la madre" recensioni

Film
Onora il padre e la madre
Autore
anonymous
Data della recensione
2008-03-07 09:01:23
Provider
Spaziofilm.it
Recensione

Una tragedia annunciata

Un uomo con il passamontagna entra in una piccola gioielleria. Ha una pistola in pugno. Una rapina. Sembrerebbe tutto facile per il malvivente; la donna nel negozio è innocua, non reagisce all'inizio. Poi, improvvisamente, prende una pistola e spara al rapinatore che, da terra, ferito mortalmente, risponde al fuoco e colpisce l'anziana signora.

Da questo momento l'abile e visionario regista Sidney Lumet ci rivela la storia attraverso continui flashback. Due fratelli, Andy (Philip Seymour Hoffman) e Hank (Ethan Hawke), diversi per carattere e stile di vita, ma molto simili nei problemi che li attanagliano, decidono di rapinare una gioielleria per far fronte alle difficoltà. Un colpo facile, rapido, indolore, in cui tutti potrebbero guadagnarci. I due fratelli conoscono molto bene i proprietari della gioielleria; non dovrebbero esserci complicazioni. Fino a quando i colpi di pistola non squarciano il silenzio, dando il via a una vera e propria discesa agli inferi...

Gli errori esistenziali degli uomini

Onora il padre e la madre è un film che lascia trasparire, in tutta la sua drammaticità, l'angoscia umana; nelle parole, nei gesti, ma soprattutto nei volti dei protagonisti il peso del peccato prende il sopravvento. Il senso opprimente che ne deriva investe lo spettatore lasciandolo, a tratti, senza fiato. La storia narrata, ma soprattutto il modo cinico ed esagerato - eppure realistico - in cui viene rappresentata, risulta claustrofobico per chi osserva.

Il film racconta gli errori umani e come ogni azione generi una reazione, un'altra situazione: in questo caso sempre peggiore della precedente. I due fratelli vengono trascinati in un vortice dal quale non riescono più a risollevarsi, una metafora neanche troppo celata di una rapida caduta nel fuoco dell'inferno. Anche le musiche concorrono a creare questo senso di asfissia; mai troppo in primo piano ma sempre presenti e, soprattutto, adatte al momento.

Sidney Lumet dosa sapientemente le informazioni con un continuo rimando a piani temporali differenti. La sua bravura consiste nel riuscire a non esasperare mai la curiosità dello spettatore, svelando, sempre al momento giusto, un dettaglio rilevante per la comprensione della storia. Non lascia spazio al pentimento, al perdono, alla speranza. Tutti gli aspetti di questo film sembrano concorrere a creare una storia che mostri la natura, troppo spesso corrotta, dell'uomo.

La prova degli attori è superlativa. Philip Seymour Hoffman è un uomo a prima vista normale che, per salvare le apparenze e la propria vita, si trasforma in una persona senza scrupoli, senza sensi di colpa, gelido, al limite della pazzia. Esemplare e bellissima, nella sua tragicità, la scena in cui, dopo essere stato lasciato dalla moglie, è vittima di un moto d'ira assolutamente tranquillo; butta gli oggetti della casa senza romperne alcuno, in un modo troppo calmo, che stride con le attese di chi guarda. Ethan Hawke diventa il suo personaggio, si immedesima alla perfezione con lui; un uomo in fondo buono, che ama sua figlia, ma con un carattere troppo debole. Si lascia trascinare dagli eventi senza opporre resistenza, e non è mai in grado di decidere per sè stesso. Senso di colpa, incomprensione, immaturità, tutto questo traspare dalle sue espressioni, dagli occhi, dai movimenti. Anche Albert Finney regala una prova magistrale: tutto il dolore e la rabbia di un marito che perde la moglie e non vede puniti i colpevoli del delitto sono racchiusi nelle rughe del suo volto e nelle sue azioni.

Tragicamente bello

Il film di Sidney Lumet è un piccolo capolavoro. L'angoscia, la colpa, il peccato non abbandonano neanche per un momento la narrazione, instaurando una tensione che accompagna lo spettatore fino ai titoli di coda. Ogni scelta stilistica, ogni inquadratura, ogni espressione degli attori è studiata per accrescere questa sensazione di malessere, riuscendovi alla perfezione.

Copyright © Spaziofilm.it 2008.

Film
Autore
anonymous
Data della recensione
2008-03-13 18:00:00
Provider
Cinematografo
Recensione
Cominciò con una rapina... Mancano pochi minuti alle otto del mattino, quando l'anziana Nanette apre i battenti della piccola gioielleria di famiglia, situata in un quartiere periferico di New York. Qualcuno cerca di rapinare il negozio: uno dei malfattori cade, l’altro si dà alla fuga, la donna è gravemente ferita. Dopo l'esordio "in medias res", il film ci racconta gli antefatti dell'episodio, poi le sue conseguenze. A preparare il colpo sono stati i due figli di Nanette, Andy e Hank. Andy, il maggiore (Philip Seymour Hoffman) sembra un tranquillo uomo d'affari, sposato a una bella donna, che ama. Hank (Ethan Hawke) è separato e ha una figlia, che vorrebbe iscrivere a una prestigiosa scuola privata. Entrambi, in realtà, sono afflitti da problemi economici, cui il "colpo" era destinato a porre riparo mediante la riscossione dell’assicurazione e la vendita dei gioielli rubati. Mentre la polizia indaga, l’anziano pater familias Charles (un formidabile Albert Finney) comincia a intuire cose diverse dalla verità ufficiale. Dopo mezzo secolo di carriera nel cinema, l’ottantaquattrenne Sidney Lumet ritrova buona parte della forma di un tempo. Il suo nuovo film evoca alla memoria Quel pomeriggio di un giorno da cani (la rapina sgangherata, i personaggi antieroici con le loro ferite private...), ma senza la nota grottesca: somiglia in tutto e per tutto, invece, a una tragedia familiare. E' con i toni propri della tragedia che il destino incombe sui personaggi: un destino con la "d" minuscola, però, poiché non sono divinità malvage e imperscrutabili a condurli verso la rovina, bensì precise responsabilità individuali (con, forse, una eco di predestinazione calvinista). Il titolo originale, Before the Devil Knows You're Dead, si riferisce a un detto irlandese che suona: "Cerca di andare in paradiso mezz’ora prima che il diavolo sappia della tua morte": titolo "demoniaco", incombente e terribile, assai più efficace del pur accettabile Onora il padre e la madre. Per trasmetterci il senso della tragedia, e della sua ineludibile fatalità, Lumet adotta una struttura a-cronologica, adottando volta a volta punti di vista diversi per illuminarci sulle ragioni del crimine. L'effetto è raggiunto, in simultanea con quello di stringere sempre più il cerchio intorno ai due fratelli. L'articolazione dei tempi narrativi è sapiente; forse perfino troppo, col rischio, a momenti, di far sentire un eccesso di "scrittura".

Copyright © Cinematografo 2008.

Film
Onora Il Padre e La Madre
Autore
anonymous
Data della recensione
2008-05-13 04:03:15
Provider
Cinematografo
Recensione

La Critica - Rassegna Stampa

"Costruito saltando avanti e indietro nel tempo e alternando i punti di vista (c'è anche papà Albert Finney), magari non è un grande film. Troppo cinico, specie nel finale nerissimo, per prenderlo sul serio fino in fondo. Ma sorprende la libertà di tono che il vecchio Lumet si concede per colpire gli eterni totem americani, i maschi, il successo, l'avidità. Con la precisione e il divertimento del grande regista." (Fabio Fezetti, 'Il Messaggero', 23 ottobre 2007) "Il film di Lumet ha un suo vigore quasi shakespeariano, ben sostenuto da un cast che comprende Philip S. Hoffman e Ethan Hawke, oltre a un grande Albert Finney. Ma perché un montaggio tanto macchinoso, che stanca più di quanto appassioni?" (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 24 ottobre 2007) "L'indiretto confronto tra film americani, anch'essi fuori gara, si è risolto a favore di 'Before the Devil Knows You're Dead'. Il veterano Sidney Lumet torna, infatti, sugli schermi con un thriller duro, crudo e a tratti di strategica sgradevolezza cadenzato sulle ore e i giorni precedenti e seguenti un'assurda rapina organizzata (...) da due sciaguratissimi fratelli. Sia Philip Seymour Hoffman sia Ethan Hawke entrano nel ruolo con un virtuosismo che lascia annichilita la platea, anche perché l'irresponsabilità, il vizio e la violenza li pervadono e li perdono in un climax d'agghiacciante deriva fisica; così come il vecchio padre Albert Finney e la Marisa Tomei moglie di uno nonché amante dell'altro sono scolpiti nell'insieme e nel dettaglio con la spietata imperturbabilità di un noir nichilista." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 23 ottobre 2007) "Tutto va in pezzi. Pezzi di un puzzle, questa è la chiave di Lumet. Il regista li monta ad incastro, come fossero unità drammatiche con il loro tempo e il loro spazio. La vicenda si svolge nell'arco di una settimana, ma Lumet ricostruisce il quadro prendendo pezzi avanti e indietro nel tempo. Man mano emerge il disegno angosciante di un dramma famigliare, un dramma in cui tutti sono peccatori e colpevoli. Fino a un finale raro ed agghiacciante. Seconda lezione: gli attori. Non basta una sceneggiatura perfetta, ci vuole un corpus d'attori in grado di definire per ogni 'pezzo' del quadro un umore, una situazione, un carattere, e un regista che li sappia dirigere al cuore del loro e del suo dramma. Philip Seymour Hoffman è il fratello maggiore, Ethan Hawke è il piccolo, Albert Finney è il padre. Riescono nello spazio di una battuta, con un tic della bocca, con lo sgranare delle pupille a condensare l'universo bollente del loro Io in crisi. Terza lezione: l'orizzonte concettuale. Tutti i personaggi del film sono negativi, tutti sono 'peccatori', ma l'orizzonte in cui si dimenano (nonostante il titolo) è squisitamente laico. E per questo ancor più angosciante. Nessuna redenzione, neanche l'inferno! La Festa di Roma si aggiudica, grazie alla sopraffina arguzia dell'ultraottantenne Lumet, un Fuori Concorso d'eccellenza, un film che sa di cinema, finalmente." (Dario Zonta, 'L'Unità', 23 ottobre 2007) "Ogni retroscena è destinato a venire a galla, fantasmi, complessi di colpa, insufficienze e insoddisfazioni, basta solo far fare al tempo il proprio mestiere di centellinatore di gesti, per trovarne alcuni sospetti su cui incamminarsi per cercarne le motivazioni. Il delitto perfetto non esiste, neanche un verdetto pulito al netto della integrità dei giurati, si può agire in coscienza, questo è vero, e anche, in tutta coscienza, vendicarsi su un figlio come una iena strappa le viscere agli gnu agonizzanti dopo la fiera zampata del leone." (Giancarlo Mancini, 'Il Riformista', 24 ottobre 2007) "Di fronte all'ultimo film di Sidney Lumet, i generi tradizionali del cinema rivelano tutta la loro inadeguatezza catalogatoria. Non funziona 'giallo' anche se tutto parte da un furto e da un omicidio, non funziona 'noir' nonostante lo scontro di passioni e tormenti che agita l'animo dei protagonisti e 'dramma' è decisamente troppo generico. Solo una definizione sembra calzare al film, ed è tragedia. (...) Se 'Non è un paese per vecchi' dei fratelli Coen si limitava, in qualche modo a prendere atto dell'irruzione della violenza nella vita di tutti i giorni, il film di Lumet ci dice che quella violenza non viene dall'esterno, ma è la conseguenza inevitabile di un mondo dove il miraggio di pochi soldi ha cancellato ogni altra forma di valore. Lasciando campo libero solo all'odio e alla ferocia, come ci ricorda l'ultima indimenticabile, agghiacciante scena tra padre e figlio." (Paolo Mereghetti, 'Il Corriere della Sera', 14 marzo 2008) "Dopo mezzo secolo di carriera cinematografica, l'ottantaquattrenne Sidney Lumet ritrova buona parte della forma di un tempo. Il suo nuovo film fa tornare in mente 'Quel pomeriggio di un giorno da cani' ma senza la nota grottesca che alleggeriva quel titolo ormai classico; qui siamo invece in piena atmosfera tragica. E' con i toni propri della tragedia che il destino incombe sui personaggi: un destino con la 'd' minuscola però, poiché non sono divinità malvagie e imperscrutabili a condurli verso la rovina, bensì precise responsabilità individuali. Per trasmetterci un senso d'ineludibile fatalità, Lumet ricorre a una struttura acronologica, adottando volta a volta punti divisata diversi che forniscono nuove informazioni sui moventi del crimine. Effetto raggiunto grazie a un'articolazione dei tempi narrativi sapiente: forse anche troppo, fino a rischiare l'automatismo di una 'macchina' narrativa troppo consapevole di sé." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 14 marzo 2008)

Copyright © Cinematografo 2008.



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