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La città della pace
Bobby Goldman, ebreo newyorchese, e Said Chahine, arabo di Gerusalemme, s'incontrano in America e diventano amici. La nascita dello Stato d'Israele e il conflitto che ne consegue, però, li conduce su due fronti opposti: Gerusalemme, la "città della pace", diviene campo di scontro, e Bobby e Said, trascinati dalla guerra fra ebrei e palestinesi, sono ormai nemici. Il dolore non risparmia nessuno e, sebbene nella sofferenza i due sembrino ritrovarsi, le etnie cui appartengono sono segnate per sempre da una ferita che non accenna a rimarginarsi...
Un apologo non basta
E' difficile respingere un film che tenta di fare i conti con la Storia e che, a modo suo, racconta una delle questioni più controverse dell'epoca moderna: il contrasto fra ebrei e palestinesi. Eppure, O' Jerusalem, tratto dal romanzo Gerusalemme! Gerusalemme! di Dominique Lapierre e Larry Collins, e diretto dal regista ebreo francese Elie Chouraqui è una pellicola che si nutre esclusivamente di retorica, allontanando la platea da personaggi e drammi individuali e collettivi.
Si tratta sostanzialmente di un apologo d'impianto cronachistico in cui i fatti storici, segnalati da date e luoghi (riportati con meticolosità documentaristica), appesantiscono la narrazione e non consentono l'identificazione con i protagonisti. Così, penalizzato da un doppiaggio ridicolo - gli arabi nella versione italiana hanno un inaccettabile accento da macchietta - O' Jerusalem non coinvolge: l'amicizia fra Bobby, giovane ebreo di belle speranze, e Saïd, arabo di Gerusalemme, non è che un elemento fra i molti presenti in una sceneggiatura schiava del desiderio di esporre tutto, o almeno il più possibile. Non ci si commuove e non ci si emoziona di fronte alla morte di chi è in cerca di una patria e di chi difende la propria terra; la pecca di O' Jerusalem è il suo voler essere parabola ad ogni costo. La nascita dello Stato d'Israele e il successivo conflitto divengono pretesto per sostenere la forza della fraternità fra due uomini che nel dolore e nella perdita ritrovano la loro amicizia. Ma la didattica non procede parallelamente all'arte.
L'apologo di Elie Chouraqui appare gravato da un'enfasi che si infiltra anche nella colonna sonora, fastidiosa, e in modalità di ripresa e montaggio alquanto discutibili: fra le immagini di repertorio in bianco e nero si insinuano fotogrammi un po' troppo azzurrognoli, soppiantati da drammatici ralenty e da inquadrature mobilissime. Manca, insomma, una coerenza registica. Nel tentativo di realizzare un film che si fondasse su un evento storico definito, ma il cui 'messaggio” valicasse epoche e confini, sembra che Elie Chouraqui abbia ubbidito all'imperativo di sfruttare un po' di tutto, senza scelte ponderate. Non vi è alcuna capacità di catturare lo spettatore, né di accompagnarlo nel cuore di personaggi che - in definitiva - stemperano la propria umanità in una simbologia ricercata e distante; le lacrime e il sangue che scorrono non hanno effetto su una platea che non vede nulla, ma guarda soltanto.
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