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"Ambientato a Phoenix, in Arizona, 'Non giocate con il cactus' snocciola le imprese di due collegiali annoiati che prendono di mira Schwab, proprietario di una villa con piscina nella quale accade di tutto. Si telefona al presidente del Gabon, si fa incetta di aragoste, si manda all'aria la festa di nozze della figlia. Nel tripudio di queste sgangherate goliardate c'è anche l'occupazione del rifugio atomico del ricco Schwab, al quale i due fanno credere che sia scoppiata la terza guerra mondiale. Interviene capitan Hopper, e tutto finisce in... mare. E' capitato spesso nella storia dei cinema che un autore vedesse rivalutati quei film che all'uscita non trovavano consenso. Ma in questo caso abbiamo qualche serio dubbio. Ai posteri l'ardita sentenza..." ('Il Giorno', 30 Giugno 1988)
"Certo, a parte possibili significati e nonostante alcune eleganze qua e là, l'autore che ammiriamo appare distante dal suo epicentro. Neanche un eclettico come lui può permettersi di allontanarsene tanto senza sbandare. 'Non giocate con il cactus', insomma, non avessimo letto il nome sui titoli, né voi né io sapremmo attribuirlo ad Altman, tutt'al più penseremmo a un allievo, ma potevamo anche rischiare di vedervi un ennesimo demenziale di serie, magari pieno di idee ma non poco squinternato. Non è neppure l'ultimo film dell'autore, che in seguito ne ha già fatti di migliori. E, se Non giocate con il cactus compare solo in piena stagione estiva di opere tappabuchi, fatto insolito per un regista di calibro, una ragione ci sarà." (Sergio Frosali, 'La Nazione', 4 Luglio 1988)
"Profugo o nomade che sia, Robert Altman, al pari di un altro regista errante dei nostri tempi, Raoul Ruiz, realizza film come e quando può, in ogni luogo accessibile, con qualsiasi budget, acciuffando idee bizzarre, storpiando d'intenzione l'apparato-cinema. L'operazione di 'Non giocate con il cactus' è assai simile a quella successivamente operata in Terapia di gruppo, uno dei suoi sottovalutatissimi kammerspielen moderni. Operazione di strucco cinematografico che agisce in duplice direzione. E' un lavoro che, come un intervento chirurgico sul corpo stesso del cinema, annulla l'usuale cosmesi che abbellisce i film e, allo stesso tempo, disvela, smaschera trucchi e inganni celati dietro l'immagine. Fuori dai canoni ufficiali della storia e dei personaggi, Altman struttura un cinema gadget autorealizzantesi: impossibile, dunque, raccontare l'accentuato particolarismo di una trama come quella di 'Non giocate con il cactus' senza correre il rischio di generalizzare. (...) Il tutto accade non casualmente il 4 luglio, anniversario dell'Indipendenza e data cara all'Altman fin dai tempi di 'Nashville'. Ricorrenza fatidica e metaforica per una nazione ritratta come folle baraccone di giochi circensi, regno incondizionato di disordine e irrealtà. Tutto, allora, diventa set: le impressioni, i sentimenti, gli oggetti, le voci fuori campo, il caos visivo e verbale, l'affollarsi dei personaggi, l'animarsi di umori immotivati e incontrollabile. Il risultato è ovvio, il trucco svelato. L'identità americana, solitamente imbrattata dalle mani potenti di un abile visagista, egli stesso maschera liftata (Reagan), rivela il suo vero volto di paese schizoide, abbrutito, alienato." (Fabio Bo, 'Il Messaggero', 7 Settembre 1988)
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