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"Traendo il soggetto da un racconto (scritto, non "disegnato") di Francesco Tullio Altan, altro disegnatore satirico come lui, Sergio Staino riconosce onestamente che "è difficile risalire dalla magica astrattezza e sinteticità del fumetto alla complessa organizzazione delle sequenze filmate". Nelle considerazioni che precedono "Non chiamarmi Omar" presentato al festival di Venezia, Staino si è lasciato prendere la mano dall'ottimismo e dall'autoincensamento, affermando che il suo film è "bello e divertente". In tutta franchezza, questo non è vero. Anche la migliore disposizione e la più larga tolleranza di uno spettatore più che oggettivo, il film bello e divertente non lo è affatto. E' squallido, affannoso e scollato di limiti della farneticazione. I dialoghi (volutamente, forse) sono assurdi, si avanza a balzelloni e strappi, con una quantità di figurette (troppe, alcune delle quali con smaccata impudenza il regista definisce animate da "grandi star") e con battutine insulse. E' ovvio che nel coacervo entra di tutto (la politica, il potere radiotelevisivo), ma senza mai conferire al film non solo la forza ed il vetriolo del sarcasmo, ma neppure un minimo di graffiature superficiali. Fa difetto l'atmosfera e a dire il vero neppure ci si riesce a divertire. C'è la deformazione della realtà (e dei suoi modesti campioni umani) tipica del genere grottesco, ma il resto è stiracchiato, con fondata, purtroppo, impressione di un irreversibile e dissennato sconquasso." (Segnalazioni Cinematografiche, vol. 114, 1992)
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