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"A Cannes questo ossessivo e magistrale thriller di Haneke, il più perfido talento del cinema europeo, rischiò la Palma e vinse un meritatissimo premio alla regia. E' l' incubo di una famiglia borghese-intellettuale che si vede arrivare a domicilio cassette sulla loro vita day by day. Paura. C'è da dipanare un mistero. Sarà possibile? Molte e inevase le domande sulla codardia radical chic francese, sul rimosso trauma algerino, sui conflitti generazionali, etc. Che ci sia Camus tra gli sceneggiatori occulti? Ma quella che è sconvolgente è la tenuta della tensione morale e materiale, l'inquadrare dubbi & memorie, rancori & rimorsi, ineffabili coppie di tormento. L'austriaco Haneke ne sa più di Freud e col cinema rovista dentro la psiche, un viaggio allucinante ma non solo metaforico, pieno di colpi di scena. Auteuil e la Binoche meritano qualunque premio. Attenzione al finale." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 14 ottobre 2005) "Con una sadica intelligenza, il regista mischia di continuo i pianini realtà e rappresentazione; stai assistendo a una scena 'dal vero' e all'improvviso le immagini accelerano: era una cassetta. Più dialogato dei suoi altri film, questo è anche un apologo sul potere della parola. Dove ogni parola ha un suo peso specifico e dove il detto e il non detto scavano un solco sempre più profondo tra Georges e sua moglie Anne. Il momento più bello è un dialogo tra il protagonista e la madre; non manca una scena shock nel più puro stile Haneke, mentre l'epilogo resta aperto, lasciando a ogni spettatore la possibilità - e la responsabilità - di trarre le proprie conclusioni." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 15 ottobre 2005) "'Caché' prometteva molto di più di quanto offre, non fosse altro perché l'autore - il maturo austriaco Michael Haneke - gode della fama di perfido provocatore. In questo caso la trama e lo svolgimento propongono cadenze para-filosofiche in malfermo equilibrio tra psicodramma e thrilling: (?) L'insinuarsi del tema della colpevolezza, con tanto di lezioncina antirazzista e moraletta politically correct, dovrebbe costituire l'alto messaggio del film, ma non si va al di là della corretta messa in scena teatrale e delle recitazioni - tra cui quella fugace ma intensa di Annie Girardot - ben intonate alle fredde manipolazioni di regia." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 22 ottobre 2005)
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