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Nessuna Qualità Agli Eroi Recensione

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Film
Autore
anonymous
Data della recensione
2007-08-31 10:33:00
Provider
Cinematografo
Recensione
Clicca qui per le dichiarazioni di Elio Germano e Paolo FranchiNessuna qualità agli eroi è il secondo lungometraggio di Paolo Franchi, dopo il convincente esordio de La spettatrice. Opera seconda, che in Italia - non ci chiederemo qui il perché - pare risultare ancor più difficile che nel resto del mondo, non solo dal punto di vista produttivo, ma da quello artistico tout court. Franchi non sfugge a questa "maledizione" e confeziona un film non riuscito, imbrigliato da un'attitudine estetizzante che non trova quasi mai conforto nel plot. La storia di estrazione e ambientazione borghese - tanto per cambiare... - ha due protagonisti: Bruno Ledeaux (Bruno Todeschini), in cattive acque finanziare e relazionalmente immote: il rapporto con la moglie Anne (Irène Jacob), inficiato dalla sua sterilità inconfessa, e non solo, e Luca (Elio Germano), figlio "problematico" del banchiere-usuraio nelle cui mani è finito Bruno. Co-produzione italo-svizzera (per il nostro Paese l'ITC Movie di Beppe Caschetto), distribuita da BIM, Nessuna qualità agli eroi è il primo a passare al Lido dei tre film italiani in concorso: giudicato sulla carta dai più quale nostro asso nella manica, non fa ben sperare per le sorti patrie... Lavorando sui personaggi con una costruzione a incastro, e soprattutto a specchi (Luca, Bruno e i rispettivi assenti genitori), Franchi assembla un microcosmo in cui si fatica, innanzitutto, a rintracciare una verosimiglianza, almeno costante. Stante l'annosa e italiana incongruenza borghese di fatti e situazioni, a lasciare quasi sconcertati è l'atonia che lega le reazioni "emotive" dei personaggi, che nella pioggia e nell'algidità torinese trovano uno sfondo dal quale non si staccano se non per "strappi" sessuali o repentine e istantanee crisi. Per il resto, soprattutto Anne pare accogliere con gesti e parole l'"anormalità" del coniuge quale "normalità", come se niente fosse: è l'ovatta, leggi ottusità e stasi, a soffocare la loro vita, e insieme il film. Viceversa, musica e rumori - da dimenticare il design sonoro, quasi mai così enfatico e nonsense nel nostro cinema "d'autore" degli ultimi anni - lasciano presagire sempre cambi e colpi di scena che puntualmente deludono le aspettative, non solo drammaturgiche ma, appunto, di mera verosimiglianza. Un esempio su tutti, il complesso movimento di macchina che parte dal corpo rannicchiato di Bruno sul prato antistante il museo, percorre in primissimo piano il manto di foglie per concludersi in campo lungo sul museo stesso, con un'analoga ascensione sonora del tutto ingiustificata dal "momento storico". Forma e contenuto proseguono su binari paralleli, reciprocamente estranei, con inquadrature, tagli e prospettive la cui ostinata singolarità e "difformità" non fa che risolversi in sterile esercizio di stile. Sul fronte delle interpretazioni, se Todeschini e la Jacob paiono uniformarsi - ed è un male - senza troppi problemi al canovaccio di Franchi (sceneggiatore con Daniela Ceselli e Michele Pellegrini), l'"eroico" Elio Germano è totalmente fuori parte, condannato in una camicia di forza anespressiva da cui non fa abbastanza per liberarsi, tenendo i pugni in tasca. Un giudizio sul film, il nostro, duro, ma Franchi lo merita, perché con La spettatrice aveva dimostrato qualità che qui non abbiamo ritrovato. Fortunato quelcinema che non ha bisogno di eroi...

Copyright © Cinematografo 2007.

Film
Autore
anonymous
Data della recensione
2008-03-27 09:00:00
Provider
Cinematografo
Recensione
Nessuna qualità agli eroi è il secondo lungometraggio di Paolo Franchi, dopo il convincente esordio de La spettatrice. Opera seconda, che in Italia - non ci chiederemo qui il perché - pare risultare ancor più difficile che nel resto del mondo, non solo dal punto di vista produttivo, ma da quello artistico tout court. Franchi non sfugge a questa "maledizione" e confeziona un film non riuscito, imbrigliato da un'attitudine estetizzante che non trova quasi mai conforto nel plot. La storia di estrazione e ambientazione borghese - tanto per cambiare... - ha due protagonisti: Bruno Ledeaux (Bruno Todeschini), in cattive acque finanziare e relazionalmente immote: il rapporto con la moglie Anne (Irène Jacob), inficiato dalla sua sterilità inconfessa, e non solo, e Luca (Elio Germano), figlio "problematico" del banchiere-usuraio nelle cui mani è finito Bruno. Lavorando sui personaggi con una costruzione a incastro, e soprattutto a specchi (Luca, Bruno e i rispettivi assenti genitori), Franchi assembla un microcosmo in cui si fatica, innanzitutto, a rintracciare una verosimiglianza, almeno costante. Stante l'annosa e italiana incongruenza borghese di fatti e situazioni, a lasciare quasi sconcertati è l'atonia che lega le reazioni "emotive" dei personaggi, che nella pioggia e nell'algidità torinese trovano uno sfondo dal quale non si staccano se non per "strappi" sessuali o repentine e istantanee crisi. Per il resto, soprattutto Anne pare accogliere con gesti e parole l'"anormalità" del coniuge quale "normalità", come se niente fosse: è l'ovatta, leggi ottusità e stasi, a soffocare la loro vita, e insieme il film. Viceversa, musica e rumori - da dimenticare il design sonoro, quasi mai così enfatico e nonsense nel nostro cinema "d'autore" degli ultimi anni - lasciano presagire sempre cambi e colpi di scena che puntualmente deludono le aspettative, non solo drammaturgiche ma, appunto, di mera verosimiglianza. Un esempio su tutti, il complesso movimento di macchina che parte dal corpo rannicchiato di Bruno sul prato antistante il museo, percorre in primissimo piano il manto di foglie per concludersi in campo lungo sul museo stesso, con un'analoga ascensione sonora del tutto ingiustificata dal "momento storico". Forma e contenuto proseguono su binari paralleli, reciprocamente estranei, con inquadrature, tagli e prospettive la cui ostinata singolarità e "difformità" non fa che risolversi in sterile esercizio di stile. Sul fronte delle interpretazioni, se Todeschini e la Jacob paiono uniformarsi - ed è un male - senza troppi problemi al canovaccio di Franchi (sceneggiatore con Daniela Ceselli e Michele Pellegrini), l'"eroico" Elio Germano è totalmente fuori parte, condannato in una camicia di forza anespressiva da cui non fa abbastanza per liberarsi, tenendo i pugni in tasca. Un giudizio sul film, il nostro, duro, ma Franchi lo merita, perché con La spettatrice aveva dimostrato qualità che qui non abbiamo ritrovato. Fortunato quel cinema che non ha bisogno di eroi...

Copyright © Cinematografo 2008.

Film
Nessuna qualità agli eroi
Autore
anonymous
Data della recensione
2008-03-28 15:01:32
Provider
Spaziofilm.it
Recensione

Due caratteri controversi

Massacrato dalla critica al Festival di Venezia, arriva sugli schermi Nessuna qualità agli eroi. Un film ermetico, fin dal variamente interpretabile titolo di Paolo Franchi - regista complesso e complicato, laureato in Critica Psicoanalitica dell'Arte -che ha messo in scena una pièce, per sua stessa ammissione, disperata e nichilista.

Una disperazione ed un nichilismo che sono il sale di una storia in cui si incrociano due depressioni, che si declinano in tempi e in modi differenti ma che sono l'ossatura della riflessione, dai tratti intellettualisticamente desueti, che viene portata avanti dalla pellicola.

Bruno è un affermato broker assicurativo (sposato con l' avvenente Anne, interpretata dalla splendida Irène Jacob) che ha contratto un debito da un facoltoso usuraio. Quando quest'ultimo muore, il pensiero di aver risolto tutti i propri problemi viene fugato dall'incontro con l'inquietante personalità di Luca - al quale presta viso e corpo Elio Germano - ragazzo introverso, che manifesta fin da subito di avere parecchi scheletri nell'armadio.

Un film difficile

Paolo Franchi lavora intensamente sulla polisemia di significati, portando avanti quella che è una vera e propria ricerca psicanalitica, introspettiva, mascherata da opera narrativa.

La storia è quasi secondaria, accessoria, rispetto allo scandagliare in profondità l'animo e le pulsioni di due uomini, differenti per età, per trascorsi, per cultura ed indole, ma accomunati da un profondo disagio nei confronti della vita.

Il regista sceglie una tecnica classica, lineare, densa di silenzi e di accenni, scevra da scivolamenti in facili commozioni o compatimenti. Prevalgono i colori atoni, il grigio, il nero, il verde, il marrone, e tutta la costruzione della messa in scena richiama fastidiosamente la profonda inadeguatezza rispetto alla realtà che viene provata dai due protagonisti. Il vortice in cui pian piano sprofondano è così una lenta e irritante degradazione dei suoni e dei colori del girato, che accompagnano la fine morale, e forse anche fisica, dei due uomini.

Franchi, nel suo rigorismo che non scende a compromessi, non usa mezze misure nemmeno nella rappresentazione di una certa morbosità che ottunde la mente e investe i corpi, attraverso alcune sequenze che hanno destato al Lido scalpore e fastidio.

Dopo la sonora bocciatura al Lido di Venezia, Nessuna qualità agli eroi è un film che, a mio parere, dovrebbe essere valutato più serenamente come una pellicola controversa e per alcuni tratti intellettualisticamente evanescente, ma pur sempre solida e qualitativamente sopra la mediocrità di buona parte del cinema italiano contemporaneo.

Copyright © Spaziofilm.it 2008.

Film
Nessuna Qualità Agli Eroi
Autore
anonymous
Data della recensione
2008-05-13 04:03:15
Provider
Cinematografo
Recensione

La Critica - Rassegna Stampa

"Per concludere un po' rozzamente, 'Nessuna qualità agli eroi' è un film ingenuamente presuntuoso e piuttosto brutto. Ma di cui vanno salvati il coraggio (sia del regista che dei produttori Itc movie, Bianca film, Raicinema) e soprattutto il diritto a stare in un festival. Almeno è un film non preconfezionato e predigerito come tanti che qui si vedono, almeno ci prova a spostare la solita, trita ottica, almeno si butta. Franchi, nel suo delirio, testimonia l'urgenza di dire qualcosa. Non l'avrà detto proprio bene, ma a noi resta la voglia di starlo ad ascoltare. Almeno fino al prossimo film." (Roberta Ronconi, 'Liberazione', 1 settembre 2007) "Un gelo imbarazzato ha accolto le due proiezioni stampa di 'Nessuna qualità agli eroi' di Paolo Franchi. (...) Film più cupo che noir, il suo, molto lento, deludente rispetto alle ambizioni decisamente alte. Film con un occhio al Bellocchio 'psicanalitico' e l'altro alle atmosfere sospese del cinema francese, silenzi interminabili, scene notturne flagellate dalla pioggia, dialoghi compiaciuti, momenti di sesso esplicito, il protagonista Bruno Todeschini con l'espressione afflitta dall'inizio alla fine. Ha ahimé mancato il bersaglio il 37ene Franchi, che aveva convinto critici e pubblico con l'opera prima 'La spettatrice'. E la sceneggiatura circolare, cioè 'non suscettibile di una sola interpretazione' (ahi, ahi), non rende giustizia al pur bravissimo Elio Germano nel ruolo di un personaggio nevrotico (...)" (Gloria Satta, 'Il Messaggero', 1 settembre 2007) "Antonioni è appena morto e alla Mostra di Venezia Paolo Franchi lo evoca col suo film sull'alienazione borghese. (...) Prima di vederlo, ci si chiedeva perché 'agli' e non 'degli' o 'per gli'; dopo, ci si è chiesti perché la vicenda affastellasse tanti disagi senza svilupparne nessuno a dovere fra sterilità, usura, fallimento, parricidio, autoaccusa di un innocente. Tutto ciò si riversa sullo spettatore senza che le disgrazie dell'uno (Bruno Todeschini) confluiscano in quelle dell'altro (Elio Germano) in modo convincente."(Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 1 settembre 2007) "I due personaggi perduti sono costruiti con sapienza, senza sentimentalismo. L'analisi psicoanalitica è rispecchiata dai rapporti sessuali ansiosi d'abbandono oppure onirici, tra i più arditi sinora visti alla Mostra; dagli spazi di stanze e strada, dai toni invernali della storia in cui ogni salvezza pare negata dal passato, dalla nebbia presente, dal dolore della depressione. Gli interpreti sono bravi (anche le scelte per certe parti minori, Paolo Graziosi, Alexandra Stewart, sono raffinate) e lo stile della regia ha una maturità più vicina al cinema europeo che a quello italiano." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 1 settembre 2007) "Un film con nessuna qualità amica, umana o anche solo fallica che non fosse, ma tanta presunzione, sottolineata dalle parole del regista, e pretenziosità. Tanto più che il direttore di questo giornale, affranto da una omonimia dagli infausti esiti filmici, ha commentato, a caldo: 'Preferirei che i soldi pubblici usati per questo film vadano ai lavavetri'. Per salvare il salvabile, si dica che l'interpretazione di Elio Germano, che mette letteralmente corpo e anima per testimoniare un tormento dostoevkijano, è incoraggiante per il suo futuro. E che ci sono alcuni giochi di macchina da presa interessanti e originali. Per il resto è un film che si può tranquillamente non andare a vedere. E non servirebbe neanche una recensione se si andasse subito al grottesco resoconto della conferenza stampa in cui il regista ha parlato come se fosse una versione junghiana di Umberto Eco, accusando i giornalisti di sessuofobia, con una lectio magistralis sull'io e il super-io, la masturbazione, la psicanalisi e tante altre pinzillacchere strizzacervellotiche." (Luca Mastrantonio, 'Il Riformista', 1 settembre 2007) "'Nessuna qualità agli eroi' di Paolo Franchi ha quasi tutti i difetti del cinema italiano di oggi. (...) Dispiace che il giudizio non possa che essere drastico: il film è sbagliato, perché accoppia incompiutezza di fondo a un'enorme ambizione: perché non sa decidere se essere un thriller, un apologo sulla new economy o un dramma psicologico con tanto di 'doppio' dostoewskiano: perché è formalmente bello ma terribilmente noioso: e perché il regista, non fidandosi delle immagini, ha infarcito il film di una musica violenta e effettistica che dovrebbe creare tensione quando sullo schermo non succedere letteralmente nulla." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 1 settembre 2007) "Un merito bisogna subito riconoscerlo al film di Paolo Franchi 'Nessuna qualità agli eroi': l'ambizione di volare alto, di inseguire una rigorosa linea autoriale. E, conseguentemente, di chiedere allo spettatore uno sforzo di concentrazione e di attenzione superiore a quello che solitamente si mette in gioco per un tradizionale film narrativo. Qui invece di narrativo, di lineare c'è ben poco. (...) Una specie di ragnatela di tensioni e di azioni che Franchi racconta affidandosi alla forza suggestiva delle immagini e dei silenzi. Antonioni è il riferimento d'obbligo, ma anche la pittura di Beacon torna in mente di fronte a certi corpi straziati, a certi dolori che uniscono carne e anima. E gli improvvisi scoppi di sessualità trovano una loro giustificazione nella voglia di «dare forma» alla parte più istintuale e repressa dei due protagonisti. Ma quella regia fatta di sottrazioni che nella Spettatrice (il primo film di Franchi) diventava il ritratto sommesso di una generazione spaventata dai propri sentimenti, qui rischia di arenarsi in una freddezza un po' troppo programmatica, in una troppo alta metafora che finisce per perdere la concretezza e la forza emotiva che ci si può aspettare dal cinema." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 2 settembre 2007) Dalle note di regia: "I personaggi di questo noir esistenziale muovono in me un profondo senso di pietas. Personaggi in allarme, mai paghi, viaggiatori inquieti, sospesi nella ricerca di un senso alla propria vita, naufraghi solitari nel rifluire di un passato taciuto, e sorpresi dalla verità che li raggiunge, inesorabile...Bruno e Luca fanno dell'odio e del senso di colpa il punto di partenza e di arrivo della loro tragica ribellione. Luca, figlio sconfitto. Bruno, padre mancato, destinato a essere sempre e solo figlio... E poi c'è Anne, moglie di Bruno, che assiste impotente al vortice depressivo del marito. Come nel mio primo film, 'La spettatrice', ho cercato di non avere la presunzione di dare risposte e avvicinarmi con pudore al dolore dei personaggi, che per me sono prima di tutto persone. Rispettandoli e non giudicandoli mai."

Copyright © Cinematografo 2008.



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